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IL CASO/ Il giurista: immunità, un pasticcio che guasta le riforme di Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

L'opzione minoritaria (ma non priva di senso) era quella per cui, se si voleva semplificare davvero, meglio sarebbe stato andare verso un sistema monocamerale in cui tutte le funzioni politiche (fiducia, bilancio, legislazione) fossero concentrate in una camera. Dopodiché la questione – delicatissima e non meno importante – dei rapporti politico-amministrativi tra governo e amministrazioni locali avrebbe dovuto essere riservata ad una conferenza stato-regioni portata in Costituzione e garantita nelle sue funzioni. Non era questa una idea minimalista della funzione rappresentativa. Solo gli sciocchi sottovalutano il ruolo delle amministrazioni nella tutela dei diritti e nella contrattazione della provvista finanziaria per soddisfare i diritti. E una delle molte ragioni per cui il nostro sistema delle autonomie non ha mai funzionato è stata quella per cui non si è mai attribuito il giusto peso al rapporto tra amministrazioni nel momento in cui si progettavano le regioni come enti politici. In questo secondo schema l'immunità ex art. 68 avrebbe dovuto continuare ad essere riservata ai parlamentari: solo che i parlamentari si riducevano ai componenti della Camera. E non ci si immaginava neanche di chiamare parlamentari i componenti della conferenza stato-regioni.

Quale è stata la scelta del Governo? Quella di mettere assieme le due opzioni, prendere la conferenza stato regioni, appiccicarle qualche competenza in più (Europa, 138 e presidenza della Repubblica) e battezzarla senato delle autonomie. Perché? Forse perché era difficile convincere i senatori a votare due volte la propria autodistruzione, passando al monocamerale. Forse perché pareva troppo forte cancellare un istituto radicato dai tempi del Regno di Sardegna nella memoria collettiva e istituzionale del paese. Forse perché il nomen Senato è comunque evocativo di una tradizione, e in politica nomi e simboli hanno un valore fortissimo (il Senato non viene cancellato, ma riformato). Forse perché era un risultato più facile da portare a casa (i regolamenti comunali e non solo quelli si fanno così: per portare a casa il risultato).

Dietro questa alternativa stavano molte cose, prima di tutte la questione relativa alla natura della funzione rappresentativa che le due camere devono assolvere. Banalmente, se non è dubbio che la camera "politica" e cioè la camera che vota fiducia, bilancio e legislazione rappresenta l'interesse di tutti (l'interesse della Nazione ci dice, in modo ottocentesco, l'art. 67 cost.), che cosa rappresenterebbero sindaci e consiglieri regionali se non gli interessi parziali dei rispettivi territori? 

Anche per questo gli emendamenti presentati da quasi tutti gruppi parlamentari sono stati un fulmine a ciel sereno per il governo e per certi suoi rappresentanti i quali, con incantevole e disarmante candore, hanno ammesso, sostanzialmente, di non essersi posti prima il problema. 

E infatti non aveva senso pensare alla immunità di una cosa che avrebbe dovuto essere una semplice sede di rappresentanza degli interessi locali. Mica si parlava di rappresentanza politica. Perché mai si sarebbe dovuto discutere della immunità di consiglieri regionali e sindaci che vengono mandati a Roma a difendere gli interessi dei rispettivi territori? 



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