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Politica

IL CASO/ Il giurista: immunità, un pasticcio che guasta le riforme di Renzi

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

La risposta è facile e disarmante. Se ne discute perché i modelli sono stati ibridati. E non si sa se quello che uscirà sarà una seconda camera o una conferenza stato-regioni truccata da senato. 

E forse se ne discute perché anche una immunità monca e squilibrata, come è quella partorita nel 1993 in piena Tangentopoli, appare una difesa irrinunciabile da parte di chi si interessa di affari pubblici e sa che, solo per questo, può essere oggetto di indagini, ribalte mediatiche e processi penali. E su questo non sembra disposto a cedere terreno. Persino ai tempi della seconda stagione statutaria, dopo il 2001, nei consigli regionali ci si chiedeva se, visto che si rifaceva lo statuto, magari, per stare più tranquilli, si poteva mettere una normicina sulle immunità accanto alla norma sul divieto di mandato imperativo.

Non c’è dunque da stupirsi che la questione delle immunità sia tornata a galla quando nessuno se lo aspettava. Sono ormai vent’anni che la nostra vita istituzionale ruota attorno alle immunità e ai problemi connessi alla riforma del 1993. Ed è su questo che si gioca e si giocherà il discrimine tra la Seconda e la Terza Repubblica, non sulla conferenza stato-regioni truccata da senato.

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