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IL CASO/ Il giurista: immunità, un pasticcio che guasta le riforme di Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Alla fine i nodi vengono al pettine. Sulla scena della riforma del Senato è arrivata la questione delle immunità. Bisogna concedere o meno l'immunità parlamentare ai componenti del Senato prossimo venturo? È giusto che alcuni consiglieri regionali e alcuni sindaci una volta fatti senatori (non si sa come e da chi: è un problema secondario e chi se lo pone rema contro e intralcia le riforme) debbano godere, in tempi di Mose ed Expo, dei "privilegi" garantiti a chi siede in Parlamento?

Prima o poi ci si doveva arrivare. Del resto la Prima Repubblica è finita con la modifica del vecchio articolo 68 della Costituzione ed è soltanto naturale che, alla fine della Seconda, riemerga la questione delle immunità dei parlamentari.

Il punto è che porsi la questione delle immunità significa porsi la questione del ruolo complessivo del Senato nella forma di governo: e significa, in secondo luogo, porsi la questione delle funzioni che dovranno essere svolte dai nuovi senatori. E il problema, a dirla com'è, è che, al momento, del senato prossimo venturo non è chiaro il ruolo né lo sono le funzioni.

Stando al chiacchiericcio che ha preso il posto di ciò che si chiamava progettazione istituzionale, il nuovo senato non dovrà votare la fiducia al governo. Non dovrà votare il bilancio. Non dovrà votare la legge finanziaria. Non dovrà neanche votare le leggi quadro perché la potestà legislativa sembra debba essere ripartita in modo netto tra stato e regioni, senza zone condivise. Il nuovo senato avrà limitati poteri di interferenza nel farsi delle leggi che possano interessare le regioni, e potrà chiederne un riesame alla Camera; dovrà votare le leggi costituzionali e di revisione costituzionale ex art. 138 (mica se ne fa una ogni sei mesi); dovrà votare il presidente della Repubblica (in genere uno ogni sette anni, salvo dimissioni o morte improvvisa); dovrà forse occuparsi – e anche qui non è ben chiaro come – dell'attuazione del diritto europeo. Altro di troppo importante non mi viene in mente.

E allora, se questo senato è destinato a fare poco o niente, perché tenerselo?

Perché, per quanto banale e sconsolante possa sembrare, questo progetto di riforma è un ibrido, figlio di una tattica parlamentare che tratta la Costituzione come fosse l'ultimo dei regolamenti comunali e che mira soltanto a portare a casa qualcosa per dimostrare di saper fare qualcosa. 

Per capire la questione basta riandare al testo uscito dalla commissione dei 35 dell'estate scorsa. L'opzione prevalente era quella di andare verso un sistema bicamerale differenziato, dove ci fossero due camere che facevano cose diverse. Poi non si era bene d'accordo su cosa dovesse fare la seconda camera, ma in quell'onesto catalogo delle intenzioni che era il testo dei 35 era abbastanza chiaro che le camere avrebbero dovuto essere due e, salvo eccezioni, avrebbero dovuto fare cose diverse. E i membri di queste camere avrebbero dovuto, in quanto tali, godere dell'art. 68 cost. Dipendeva da come li si eleggeva e da cosa avrebbero dovuto fare.


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