BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Politica

RIFORME & SENATO/ Il giurista: dalla crisi si esce solo con più immunità

"Ritengo che l'immunità sia espressione di civiltà giuridica e che sia stato un grave errore limitarla fortemente nel 1993". La proposta di ANNAMARIA POGGI per uscire dall'impasse

La poltrona più La poltrona più "alta" del Senato (Infophoto)

La polemica di questi giorni sull'immunità o meno da attribuire ai membri del nuovo Senato che scaturirebbe dalla riforma costituzionale nasce dal fatto che il testo predisposto dal Governo (di cui il ministro Boschi è strenuo difensore) non la prevede (attribuendola solo ai deputati), mentre l'emendamento proposto dai relatori Finocchiaro e Calderoli sì. 

Si tratta di una polemica che assume rilievo non solo dal punto di vista scientifico, ma altresì sotto il profilo politico, soprattutto dopo il recente scandalo veneziano del Mose, poiché l'immunità che si tratterebbe di attribuire o meno riguarda propriamente quei senatori che per diventare tali dovrebbero essere o sindaci, oppure presidenti di regione o membri di un consiglio regionale e coprirebbe inevitabilmente gli atti illeciti (tutti gli atti illeciti, nessuno escluso) compiuti durante il periodo di mandato parlamentare. 

Ma procediamo con ordine, anzitutto rammentando alcuni elementi, forse noti, ma indispensabili alla comprensione del problema. Per semplicità di esposizione partiremo dal testo governativo  richiamando gli emendamenti Finocchiaro-Calderoli solo sui punti più caldi. 

In primo luogo il nuovo Senato non sarebbe più eletto direttamente dai cittadini, bensì dai Consigli regionali o da assemblee di sindaci appositamente costituite. In secondo luogo tali assemblee non potrebbero eleggere chiunque, ma solamente sindaci o membri di consigli regionali. In terzo luogo del nuovo senato farebbero obbligatoriamente parte i presidenti delle giunte regionali e i sindaci capoluogo di regione. In quarto luogo la carica ricoperta di sindaco, presidente di giunta o consigliere regionale non solo non si perde diventando senatori ma, al contrario, si perde la carica di senatori se viene meno la prima. In altri termini il sindaco eletto senatore rimane sindaco sino alla scadenza del suo mandato e quando scade da sindaco scade anche da senatore.  

Soprattutto questa ultima regola è essenziale alla comprensione del problema: senatori si diventa in quanto titolari di un'altra carica, che non si perde ma si somma a quella di senatore, ed anzi è la condizione essenziale per rimanere senatore. 

E veniamo all'immunità. Il testo del Governo prevede che l'immunità (politica e penale) sia riservata ai soli componenti la Camera dei deputati. Nell'ottica governativa è una scelta abbastanza comprensibile, perché il senato in quel testo non è una vera e propria camera del Parlamento (infatti viene denominata Senato delle autonomie), bensì, come ha giustamente sottolineato Alessandro Mangia su queste pagine, una sorta di Conferenza Stato-Regioni costituzionalizzata. Nel testo governativo, in sostanza, il vero Parlamento è la Camera dei deputati e il Senato delle autonomie collabora alla sua attività legislativa, oltre a svolgere altre funzioni.