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RENZI TRA ITALIA E UE/ 7 su 1000 ce la fa

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Sette su mille ce la fa, si potrebbe sostenere, parafrasando una nota canzone. Mille infatti sono i giorni che Matteo Renzi si è dato come ambizioso orizzonte temporale per portare a casa le riforme, sette sono invece i giorni di questa difficilissima settimana che si apre oggi in grado di mettere il treno in carreggiata o di decretarne il precoce deragliamento.

Difficile dire come andrà a finire, si possono solo fare alcuni ragionamenti. Ci si può interrogare innanzitutto su come torni Renzi da questo importante vertice europeo, se rafforzato o indebolito. E tutto sommato ci pare di poter dire che sia valida la prima ipotesi. Le aperture sia pur tiepide che è riuscito a strappare potrebbero essere infatti il viatico migliore per sviluppare un ragionamento spendibile in particolare nel suo partito. La settimana intensa che inizia oggi si apre infatti con il primo voto in commissione Affari costituzionali del Senato, dove la minoranza del Pd non indietreggia sull’ipotesi di Senato elettivo e domani l’assemblea dei senatori democratici sarà chiamata a decidere la linea da tenere. In quella sede Renzi giocherà certamente la carta europea. Chiederà, all’inizio del semestre a guida italiana, che l’apertura di credito fatta dai partner nei nostri confronti non venga vanificata facendo naufragare le riforme, e che il suo partito non venga meno a un obbligo di patriottismo nonché di solidarietà al tentativo del suo leader. Se riuscirà in questo modo a domare le resistenze interne sarà poi più abbordabile lo scoglio successivo di giovedì, giorno fissato per la riunione di Silvio Berlusconi con i suoi. 

Anche dentro Fi la fronda che si oppone alla linea “collaborativa” è molto forte, ma dicono che in questo momento Berlusconi abbia tutt’altro per la testa, con l’avvicinarsi della sentenza Ruby, e al di là dei dubbi e delle perplessità nel merito della trattativa con Renzi, non abbia alcuna voglia di lasciare il centro della scena che la partecipazione con ruolo decisivo alla partita delle riforme gli consente.

Quindi i collaborazionisti Paolo Romani e Denis Verdini hanno ancora il via libera del capo a trattare positivamente con Renzi. C’è poi l’apertura un po’ fuori tempo massimo di 5 Stelle, che il premier continua a coltivare come piano B, per tenere sulla corda quelli che sulla corda vorrebbero tenerci lui, ossia la minoranza del Pd e Berlusconi stesso.

Come andrà a finire? I mille giorni non arriveranno neanche a sette? La domanda è d’obbligo, la risposta molto difficile, un po’ come pronosticare le potenzialità operative di Neil Armstrong, primo uomo sulla luna, essendo pari pari il premier il calpestatore di una terra incognita, circostanza che induce tutti gli analisti più seri ad osservare le sue mosse più che a preconizzare quello che in realtà è difficilmente preventivabile. Tuttavia non riusciamo a vedere degli attori in grado o vagamente interessati ad accelerare una spirale regressiva che potrebbe concludersi solo con una crisi politica senza sbocchi, o meglio con l’unico sbocco del voto anticipato. Di sicuro l’ultimo interessato a cincischiare è Renzi stesso, che mal che vada – finito il semestre europeo che vieta ogni ipotesi di crisi - si andrebbe a riprendere subito, dopo con il ritorno alle urne, quel 40 per cento decretato dalle Europee che – se confermato – con questa legge elettorale gli fornirebbe il controllo anche del Senato. 



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