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DIETRO LE QUINTE/ Renzi usa la questione morale per "ripulire" il Pd

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Ecco allora che nei corridoi di Montecitorio per la presidenza del Pd comincia a girare il nome di Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, la cui luce continua a brillare tanto più è in caduta libera quella del sindaco di Roma, Ignazio Marino, che la segreteria democratica ha ormai sostanzialmente abbandonato alla deriva, visto anche che gli elettori hanno saputo scindere le responsabilità dell'inquilino del Campidoglio dalle speranze accese dal premier. Si temeva un bagno di sangue a Roma, e invece è arrivato un trionfo. Una ragione in più per meditare intorno alla possibilità di riportare la capitale alle urne il prossimo anno.

Zingaretti, quindi, oggi appare in vantaggio sulle ipotesi di Epifani o di Paola De Micheli. E in segreteria i nomi più gettonati sono quelli di Orfini, Leva (per il settore giustizia), Morassut e Bonaccini. Non tutti sono renziani doc, ma sono tutti accomunati dall'essere piuttosto giovani e con un'immagine non logorata da altri incarichi rivestiti in passato. Servono a Renzi per dimostrare di avere coinvolto nella gestione della balena rosa tutte (o quasi) le sue anime. I dalemiani senza D'Alema, i bersaniani senza Bersani. Di loro, della vecchia guardia, non c'è più bisogno. E senza di loro, le aree che li esprimevano diventeranno ogni giorno che passa più renziane.

Una strategia inclusiva, insomma, che reggerà se il leader saprà evitare che si apra una competizione a chi è più renziano, magari fra Delrio e Guerini, o fra la Serracchiani e la Boschi, tanto per dire. Perché, come si diceva all'inizio, le guardie pretoriane sono insidie che ogni leader deve cercare in ogni modo di evitare.

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