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J'ACCUSE/ Il federalismo di Renzi e Ncd? Nasconde il centralismo peggiore

Maurizio Sacconi (Ncd) ha rilasciato al sussidiario un'intervista nella quale ha definito le riforme costituzionali una correzione dell’"albero storto del federalismo". E' così? ROBI RONZA

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Nel passato non lontano in cui alla prospettiva del federalismo e della sussidiarietà si prestava (almeno a parole) grande attenzione nel dibattito politico italiano, quando anche molti convinti assertori dello statalismo stavano in silenzio al riparo della bandiera federalista in attesa che passasse l'onda, c'era qualcuno che con meritevole schiettezza non esitava a difendere a viso aperto il tradizionale statalismo italiano. Si trattava in genere, e non a caso, di personalità nate e cresciute politicamente nel Psi, come ad esempio Giuliano Amato. Quella del socialismo italiano infatti è una tradizione politica la cui più antica e salda radice risale al riformismo illuminato del '700. L'influsso marxista, ormai svanito, è successivo. 

Tanto più in un tempo come l'attuale, in cui lo statalismo sta riconquistando posizioni a grandi passi, non sorprende perciò che una personalità politica pure nata e cresciuta del Psi, come il senatore del Nuovo Centro Destra Maurizio Sacconi, giudichi le riforme costituzionali presentate al Parlamento dal governo Renzi, la cui impostazione neo-centralista è evidente, come una positiva correzione dell'"albero storto del federalismo"

Nella precedente stagione di riforme, compiutasi con le innovazioni introdotte nel 2001, i difensori dello status quo erano comunque riusciti a far nascere storto l'albero del federalismo. E adesso, sottolineando che è cresciuto storto, ne prendono spunto non per cercare di raddrizzarlo ma per tagliarlo. Complimenti per la loro abilità, ma senza dimenticarsi di esecrare la mancanza di visione del "partito federalista" che allora con andreottiana "concretezza" si accontentò di compromessi di corto respiro invece di cogliere fino in fondo e con forza l'occasione favorevole. Invece di puntare a testa bassa sulle competenze distinte (ossia esclusive) delle Regioni, e sulla piena responsabilità fiscale, si accettò il pasticcio delle "competenze condivise", fonte certa di burocratizzazione, di paralisi operativa e di ricorsi che avrebbero trasformato la Corte costituzionale in  una specie di assemblea legislativa spuria. Non meno grave fu la pratica rinuncia all'attuazione dell'articolo costituzionale sull'autonomia fiscale delle Regioni che, implicando anche la loro piena responsabilità finanziaria, avrebbe favorito il formarsi ovunque di un ceto politico regionale di qualità. 

Con le riforme proposte dal governo Renzi siamo invece a un ulteriore spezzatino deresponsabilizzante di competenze fra Roma e le Regioni, ridotte in pratica a pseudo-prefetture. Viene dato poi al governo centrale il potere di privarle in qualsiasi momento di loro competenze in nome di un principio dallo sgradevole sapore mussoliniano: nientemeno che l'"interesse nazionale". Tenuto conto di recenti episodi (citiamone uno per tutti, il caso Alitalia) c'è qualcosa non si sa dire se di più patetico o di più grottesco nella presunzione che Roma serva l'interesse nazionale meglio dei territori.