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SENATO E RIFORME/ Il piano di Renzi per dare tutto allo Stato

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In tale quadro il nuovo Senato, detto con involontaria ironia "delle autonomie", è esattamente l'opposto di quanto si vorrebbe far credere. Si tratta in effetti non di un presidio delle autonomie bensì di una cinghia di trasmissione delle decisioni del governo centrale al territorio, e alle Regioni in particolare; insomma di un utile complemento di quella catena di comando prefettizia di cui si diceva. Nello spazio di una sola pagina, la pagina 5, nella relazione accompagnatoria del disegno di legge di riforma per delineare il ruolo del Senato la parola "raccordo" viene ripetuta quattro volte. Il nuovo Senato vi viene definito "sede di raccordo tra lo Stato e gli enti territoriali", "raccordo tra lo Stato e le regioni, le città metropolitane e i comuni", "raccordo tra lo Stato e il complesso delle Autonomie e di garanzia di equilibrio del sistema istituzionale", "raccordo tra lo Stato e il complessivo sistema delle autonomie" (…). E non si esita ad aggiungere che i nuovi senatori  dovranno ispirarsi a "una logica (…) intesa a ricomprendere, superandoli tuttavia, sia gli equilibri politico-partitici, sia quelli di rappresentazione di interessi di carattere meramente territoriale".

Si potrebbe aggiungere anche molto altro, ma per questo rimandiamo chi voglia saperne di più a leggersi sul sito web del Senato il testo della progettata riforma, ovvero il disegno di legge n.1429, "revisione della parte seconda della Costituzione", nonché la relazione che lo precede. Ci basti qui per concludere citare la "norma di chiusura del sistema" ovvero l'introduzione di "una «clausola di supremazia» in base alla quale la legge statale, su proposta del Governo (…) può intervenire su materie e funzioni che non sono di competenza esclusiva dello Stato allorché lo richiedano la "tutela dell'unità giuridica ed economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale". Ricordato questo, ci pare che non vi sia bisogno di aggiungere altro.

Concordi, al di là di ogni altra differenza, nel convincimento che la strada dell'autonomia responsabile e della sussidiarietà non si attagli al popolo italiano, e ritenendo che l'ammodernamento dello Stato si possa fare solo giocando la carta dello statalismo e quindi di un forte potere centrale, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano stanno cercando di promuovere una riforma costituzionale in armonia con tale loro convincimento. Fin qui in linea di principio non c'è niente di male. C'è gente che, come noi, lo ritiene un catastrofico errore, ma è un'ipotesi possibile. Non va bene però che per far passare ad ogni costo questa riforma si cali un muro di silenzio sul suo contenuto, impedendo alla gente di capire quale sia la vera posta in gioco. Ferma restando l'urgenza delle riforme, quella che ci vogliono far trangugiare non è affatto la migliore riforma possibile. È una riforma pessima che, senza risolvere alcuno dei gravi problemi che già affliggono il nostro Paese, ne aggiungerebbe anzi dei nuovi. Rivendichiamo il diritto di dirlo forte e chiaro.

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COMMENTI
26/07/2014 - commento (francesco taddei)

certo continuiamo a spezzettare l'italia. non esiste più una sola cosa che gli italiani si uniscono per fare insieme. le regioni sono il pozzo senza fondo di questo paese. arterie stradali che attraversano l'italia incomplete per colpa di questo o quel comune.