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Politica

SENATO E RIFORME/ Il piano di Renzi per dare tutto allo Stato

I trasporti sono l'esempio perfetto di come la riforma costituzionale di Renzi, che chiama il Senato "delle autonomie", in realtà sarà il culmine del centralismo. ROBI RONZA

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Nell'inaugurare l'altro giorno la Brebemi - la nuova autostrada di 62 chilometri che collega Milano a Brescia passando a sud di Bergamo (costruita in soli cinque anni per impulso di Regione Lombardia grazie a investimenti quasi esclusivamente privati, e senza alcun costo per lo Stato) - con la simpatica sfrontatezza che lo contraddistingue, il premier Matteo Renzi ha avuto il coraggio di indicare tanta efficienza come un esempio di ciò che, grazie alle sue riforme costituzionali, diventerà non più un'eccezione ma una regola. 

C'è di che restare trasecolati: se infatti tali riforme passeranno, le "infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto" torneranno alla competenza esclusiva del governo di Roma. Se fosse già stato così Regione Lombardia non avrebbe potuto affatto assumersi quel decisivo ruolo di promotore, di catalizzatore di risorse e di facilitatore della composizione degli interessi dei territori toccati dalla nuova grande arteria che invece ha potuto e saputo svolgere. Quindi la Brebemi, l'unica nuova autostrada costruita in Italia da trent'anni a questa parte, sarebbe ancora nel libro dei sogni.

Giornali e telegiornali ci parlano solo di riforma del Senato, ma sul tappeto c'è qualcosa che va ben oltre. Qualcosa che è comunque di importanza cruciale. Con la complicità di una stampa scritta e radiotelevisiva che canta quasi tutta in coro, si sta invece spacciando lo scontro in corso al Senato come una lite di cortile, una battaglia di retroguardia tra le forze della luce e un'oscura falange di "ostruzionisti". E così ci si esime dallo spiegare il nocciolo della questione, che va comunque molto al di là di ogni possibile anche banale interesse immediato. 

Con un progetto che prevede la modifica simultanea di 44 dei 139 articoli della Costituzione, un terzo in quanto al numero ma ben di più nella sostanza, si mira a riaccentrare a Roma ogni potere riportando in pratica lo Stato italiano alla forma paleo-francese che aveva prima del fascismo. Troncato di netto il pur timido sviluppo verso quelle forme di autonomia e di sussidiarietà cui si orientava la Costituzione del 1948, si punta a riconcentrare a Roma tutte le decisioni di valore politico che poi una catena di comando di tipo prefettizio si incaricherebbe di calare in modo uniforme su tutto il Paese. Le Regioni vengono ridotte a super-prefetture, come bene si vede ad esempio nel caso della scuola con l'ordinamento scolastico che torna a essere una competenza esclusiva dello Stato mentre alle Regioni compete "l'organizzazione, in ambito regionale, dei servizi scolastici". 

Scompaiono poi le Province ma non le prefetture, in modo che il prefetto torni di nuovo a essere il dominus del territorio, primo interlocutore e tutore dei sindaci per conto del governo centrale. Seppur non in sede di riforme costituzionali si è per di più parlato di riduzione del numero delle prefetture, anche fino a farle coincidere con i territori delle Regioni. A questo punto il prefetto diventerebbe quello che nell'antico regno di Francia era l'Intendente del Re.


COMMENTI
26/07/2014 - commento (francesco taddei)

certo continuiamo a spezzettare l'italia. non esiste più una sola cosa che gli italiani si uniscono per fare insieme. le regioni sono il pozzo senza fondo di questo paese. arterie stradali che attraversano l'italia incomplete per colpa di questo o quel comune.