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CAOS RIFORME/ Il giurista: se il Senato si occupa di temi "etici" deve essere elettivo

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Insomma, è la connotazione elettiva del futuro Senato della Repubblica il vero tema della contesa: averne incrementato le funzioni legislative paritarie con riferimento a questioni di carattere ordinamentale così generale come il matrimonio, la famiglia, i trattamenti sanitari obbligatori, implica di necessità un ruolo rappresentativo ben diverso rispetto a quella assemblea delle istituzioni territoriali che sarebbe nelle intenzioni della maggioranza riformatrice. Del resto, come sostenuto dagli oppositori dell'emendamento in questione, avrebbe poco senso imputare al nuovo Senato una competenza legislativa pariordinata a quella della Camera in ambiti scarsamente riconducibili al ristretto ruolo di Camera delle autonomie che gli si sta acconciando. La riarticolazione del rapporto tra competenze e assetto istituzionale, insomma, è il primo obiettivo di chi intende ristabilire la diretta elezione dei componenti del futuro Senato. 

Ed allora, la prima sconfitta delle tesi sostenute dal Governo e dalla peculiare maggioranza riformatrice che in questa fase lo sostiene, è il sintomo di una slavina imminente o la conseguenza inevitabile di una strategia sinora seguita? Evitare per quanto possibile il voto segreto era un imperativo categorico, ma, già con questo primo voto contrario, appare evidente il senso complessivo della posizione politica del Governo rispetto all'approvazione di questo disegno riformatore. Senza il contemporaneo appoggio della sua stessa maggioranza e di una specifica forza di opposizione - Forza Italia - la riforma proposta dal Governo è destinata inevitabilmente ad inabissarsi. E se ciò, per qualunque ragione, dovesse accadere, sarebbe facile per il Presidente del Consiglio sfidare il Parlamento e chiedere l'appello alle urne. Il Presidente del Consiglio ritiene di avere a sua favore, come sinora è frequentemente avvenuto, entrambi gli esiti che si potrebbero alternativamente verificare. Ma, dapprima, spetterà al Capo dello stato, nella sua posizione di terzietà, decidere il destino non solo di questa legislatura, ma dell'intera classe politica che siede oggi nelle Camere. Se si dovesse andare alle urne, infine, spetterà al popolo giudicare soprattutto chi da ultimo lo ha guidato e condotto al voto. 



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