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Politica

CAOS RIFORME/ Il giurista: se il Senato si occupa di temi "etici" deve essere elettivo

E' bastato poter usare il voto segreto per mandare in crisi e sconfiggere il governo. GIULIO SALERNO riflette su quanto accaduto al Senato e sulla battaglia per le riforme

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Il percorso parlamentare della riforma Renzi-Boschi si è fatto più difficile, e come prevedibile le difficoltà sono sorte appena il Senato si è potuto esprimere col voto a scrutinio segreto. E ciò, a testimonianza della centralità politica della battaglia procedurale che si è svolta sull'ammissibilità del voto segreto: appena liberi di esprimersi senza il timore di subire una possibile sanzione (essenzialmente quella di non vedersi ricandidati alle prossime elezioni), i senatori hanno mostrato  una sostanziale opposizione al progetto di riforma loro sottoposto. 

E difatti, tornatosi poi ad applicare il voto palese, le votazioni sono proseguite nel senso desiderato dal Governo. Ma il campanello d'allarme è suonato: quando sarà nuovamente possibile il voto segreto, gli oppositori silenziosi avranno altre occasioni per intaccare il disegno di legge costituzionale. E non è escluso che il voto segreto possa dare ulteriori sorprese anche alla Camera. Qui, è vero, la maggioranza dispone di numeri più consistenti, ma è altrettanto palese l'assenza di sintonia tra una buona parte dei parlamentari del partito di maggioranza relativa, e l'attuale dirigenza del partito medesimo. 

Certo, il dilemma sull'opportunità di consentire o meno il voto segreto nel procedimento di revisione della Costituzione rappresenta una questione essenziale per la tutela della libera volontà dei parlamentari e per assicurare piena effettività al divieto di mandato imperativo. Il problema, del resto, non può essere affrontato ricorrendo alle stesse categorie concettuali già utilizzate in passato, perché diversi erano il ruolo dei partiti e i modi di selezione dei parlamentari. Molto è cambiato, soprattutto attraverso la creazione di una consistente cinghia di trasmissione tra partito, candidati ed eletti (indotta dal sistema elettorale) e la forte polarizzazione del quadro partitico cui si è aggiunto il prorompente affermarsi della sovrapposizione tra leadership e premiership. Se non si rafforza adeguatamente la legittimazione democratica dei vertici istituzionali  - e il presidenzialismo può essere una strada - il rischio dell'uso strumentale di procedure predisposte in epoche ben diversa dalla presente, appare sempre più praticabile.

Veniamo adesso il merito della questione. Come noto, a dispetto dell'opinione contraria del Governo, è stato approvato un emendamento che attribuisce alle leggi bicamerali cd. "paritarie" la disciplina delle materie relative all'art. 29 Cost. (famiglia e matrimonio) e all'art. 32, secondo comma, Cost. (trattamenti sanitari obbligatori). Dietro le parole dei vincitori e quelle degli sconfitti si svelano le reali intenzioni di entrambi. I primi affermano che, sarebbe improprio lasciare alla sola volontà della Camera dei deputati la regolamentazione di materie "eticamente sensibili". I secondi ritengono che, se il Senato sarà composto da consiglieri regionali e sindaci selezionati in via indiretta, sarebbe incongruo attribuire a questa Assemblea una competenza legislativa pariordinata alla Camera in tema di diritti fondamentali.  Per quale ragione dovrebbero legiferare sui diritti di famiglia o sui rapporti matrimoniali coloro i quali sino ad ora ne sono stati esclusi, senza che alcuno se ne lamentasse? Anzi, può ben dirsi che la recente proliferazione di alcuni interventi scoordinati delle Regioni e degli enti locali in tali settori così delicati della vita individuale, ha senz'altro provocato più incertezze che benefici.