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JANNACCI E GUARESCHI/ La grandezza delle periferie

Pubblicazione:sabato 23 agosto 2014

Enzo Jannacci (Infophoto) Enzo Jannacci (Infophoto)

E se proprio quella nostra normalità così fastidiosa, di esseri umani punto e basta, senza altri aggettivi, contenesse la chiave per attraversare tutti i mari in tempesta?

La nostra umanità, fatta di bisogni e desideri, è qualcosa che abbiamo ma che non possediamo, e per questo cerchiamo di censurare, almeno nei suoi punti più scomodi, aiutati dalla mentalità dominante. Eppure, è proprio di fronte a tipi magari strani, “marginali” ma autentici, che ci si sente visti e guardati. Come accade con i personaggi raccontati da Enzo Jannacci, il geniale e poetico medico-cantante milanese, e da Giovannino Guareschi, l’autore di don Camillo e Peppone, lo scrittore italiano più tradotto nel mondo. Storie diverse, come quella del barbone con le scarpe da tennis, che parla da solo per strada, ma non gli serve essere “normale” per sentirsi qualcuno quando incontra l’amore; o come Vincenzina, davanti alla fabbrica, alla fatica del lavoro e del quotidiano che stronca: sente “odor di pulito” e per questo non sarà mai un numero, un ingranaggio… E i personaggi guareschiani, come don Camillo e Peppone, irriducibili nel confrontarsi con la loro coscienza e per questo uniti; Giobà, che non si piega agli interessi economici perché quello che sa è per la sua soddisfazione, non per il successo o i soldi; e il pittore della Celestina del fagiano, che rappresenta il volto della Madonna con quello di una ragazza bellissima ma da tutti considerata “senzadio”. 

Questi personaggi in apparenza marginali, ma infinitamente reali, a differenza della gran parte di noi, non cercano il riconoscimento sociale, difficilmente cedono all'interesse, al comodo, alla massa; tutti obbediscono a qualcosa che viene dettato loro direttamente dal di dentro. Il loro cuore è come una periferia che rimette al centro il sé di tutti, l’“io” messo a nudo. Quello che rimane quando tutto sembra crollare. E non sovrappongono alla realtà le solite bolse analisi, ma “guardano”, come fanno gli zingari dell’omonima canzone di Jannacci di fronte all’imponenza del mare. Libertà e ironia sono parte della grande eredità dei due autori. Ironia, come quella contenuta in “Ho visto un re” di Dario Fo e Jannacci, che smaschera e deride il sopruso di ogni potere; e libertà profonda, come quella del contadino de “Il Canalaccio” di Guareschi che, vittima di gravi ingiustizie, dice del suo aguzzino: “Ho pietà della sua carne maledetta”.


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