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RIFORMA SENATO/ Un nuovo statalismo?

Pubblicazione:sabato 9 agosto 2014

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L’altro punto qualificante è la abolizione (potenziale ma non per questo meno significativa) della potestà legislativa regionale, non solo quella concorrente ma anche quella esclusiva che potrà essere posta nel nulla se lo Stato riterrà di dover intervenire a tutela dell’unità economica del Paese. Non che in passato le Regioni – tranne quelle notoriamente virtuose – si siano distinte per un esercizio accordo dei poteri che la riforma del Titolo V attuata nel 1999/2001 aveva loro conferito. E, tuttavia, a chi ha da sempre valorizzato le autonomie e l’autonomia, in nome del principio di sussidiarietà, questo cambio di registro fa una certa impressione; si tratta infatti di un cambiamento epocale, che riporta le Regioni nell’ambito di autorità amministrative private del potere di esprimere una visione politica propria, differenziandosi dall’indirizzo politico statale. Esse potranno sì continuare a fare leggi ma sotto la spada di Damocle del potere statale di intervento, capace di porre nel nulla le loro scelte, salvo che la Corte Costituzionale – che sarà composta anche da qualche giudice eletto dal Senato (2 su 15, non un gran che per fare maggioranza) – non si mostri meno guardinga nel  dirimere i conflitti che certamente insorgeranno tra Stato e Regioni, modificando la propria tendenza a schierarsi quasi sempre in favore delle Stato. Per non parlare dello svuotamento quasi definitivo dei Consigli Regionali, la cui funzione primaria (quella di fare leggi) viene depotenziata dopo che  quella di controllo sull’esecutivo era divenuta pressochè  inesistente a motivo dell’elezione diretta del Presidente della Regione introdotta nel 1999.

Quando non sono meri adattamenti alla nuova struttura del Parlamento (es. sarà solo la Camera a dare la fiducia al Governo), la riforma contiene altre norme che introducono aggiustamenti resi necessari dopo 60 anni di vigenza del testo del 1948: al Governo viene conferito il potere di veder approvate la proprie leggi in tempi ragionevoli, viene ridimensionata (almeno in pectore) la decretazione d’urgenza, si introduce il controllo preventivo della Corte Costituzionale sulle leggi elettorali, si riforma (ma poco) il referendum.

Nell’insieme, la riforma non incide solo sulla funzione legislativa (anche se questo è evidentemente il primo target) ma dovrebbe avere un risvolto importante anche rispetto al Governo, rendendolo più efficiente nella realizzazione del proprio indirizzo politico, con leggi approvate da una sola Camera, possibilità di incidere pesantemente sulla legislazione regionale e con poteri di accelerazione nella stessa produzione legislativa nazionale. Nuovi poteri dunque, che peraltro inizieranno ad essere effettivi solo tra svariati mesi.    



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