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SPILLO/ La "palude" dei tweet che frena l'Italia

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

La prima spiegazione prende spunto dal fatto che ciascuno di noi è perennemente alla ricerca “dell’uomo forte”, di colui che quasi investito di super-poteri può risolvere d’un sol colpo tutti i problemi. Per taluni significa quasi sperare un ritorno a un triste e doloroso ventennio passato, dove uno (e la sua ristretta cerchia di consiglieri) decide e gli altri a eseguire pedissequamente il suo volere sin nelle più remote periferie del Paese, per altri significa semplicemente una sorta di super-uomo politico che unisca onestà, capacità, sensibilità, intelligenza e che tutto correttamente decide, sempre e solo per il bene comune, mai influenzato dagli interessi di qualsivoglia lobby.

Questa è una posizione utopistica, la quale non tiene debitamente in conto che, a torto o a ragione, l’architettura dei poteri del nostro ordinamento politico, essendo una Repubblica parlamentare, mal si concilia con la presenza di un uomo forte; al centro c’è, o almeno dovrebbe esserci, l’attività legislativa del Parlamento, mentre il Presidente del Consiglio dei Ministri è solo un mero coordinatore dell’attività del Consiglio dei Ministri, non un uomo forte. È un ordinamento che valorizza e propugna dialogo, confronto, magari anche lo scontro parlamentare tra le forze politiche, ma non le forzature di governo e la figura uomini forti.

Negli ultimi due decenni la classe politica sta cercando continuamente di rovesciare questo sistema a favore di una soluzione centrata sull’uomo solo al comando, ma, attenzione, non è lo schema che conta, bensì come lo si interpreta! I paesi a Democrazia presidenziale sono perlopiù stabili, ma anche i paesi a Democrazia parlamentare lo possono essere, come testimonia il caso della Svizzera. Ma qui mi fermo perché non è mia intenzione dibattere di riforme istituzionali, bensì del nostro Premier Renzi, che da questa prima spiegazione viene indirettamente deresponsabilizzato dei suoi insuccessi: in realtà la sua colpa è di non capire il suo ruolo istituzionale come la Costituzione lo ha stabilito, non per l’azione politica di un solista, bensì come quello di un direttore d’orchestra, che sappia coordinare l’azione dei suoi uomini di governo e muoversi in sintonia col Parlamento, che resta sovrano.

La seconda motivazione invece lo inchioda totalmente per la pochezza della sua azione politica sin qui registrata. Ma per farlo devo partire dall’analisi del fatto che Matteo Renzi, a parte il dato anagrafico, è ben lungi dall’essere un uomo nuovo per la politica italiana, attivo in politica sin dagli anni del liceo. Dapprima impegnato nei gangli periferici di partito (Ppi e Margherita) in Toscana, per poi arrivare sino alla segreteria nazionale Ds, è stato anche Presidente della Provincia di Firenze per due mandati consecutivi e Sindaco di Firenze per un mandato, per diventare infine, pur non essendo stato eletto, Primo Ministro, non prima di aver rassicurato il suo predecessore con l’hashtag #enricostaisereno.

La verità è che il giovane Renzi è già un vecchio mestierante della politica, ha sempre e solo bazzicato segreterie e poltrone politiche, non si è mai cimentato con il mondo del lavoro vero, quello dove impegno, capacità, dedizione e sacrificio non vengono mai abbastanza dignitosamente ricompensati sia sotto l’aspetto economico che delle soddisfazioni professionali e i problemi si risolvono veramente perché “lavorare” significa proprio questo, addivenire a qualcosa superando le difficoltà, per offrire beni e servizi utili ad altri. Non ha capacità, né professionalità specifiche, e quel che è peggio è che non è nelle sue corde considerare la “ricchezza” un prodotto del frutto dei singoli sacrifici e delle singole fatiche quotidiane di milioni di persone che in Italia tirano la carretta; lui da due decenni ha solo conosciuto e avuto a che fare con gente inserita negli oliatissimi e dispendiosissimi apparati dei partiti e della parassitaria Pubblica amministrazione italiana.


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COMMENTI
21/09/2014 - Renzi è comunque il meno peggio (Giuseppe Crippa)

Concordo con l’analisi di Locatelli che mostra impietosamente i limiti ed i difetti di Renzi, ma se paragono il CV del “twitteraio” a quello di qualsivoglia personaggio della politica nostrana (qualche nome a caso limitandoci ai nati negli anni ’70 come il "giovane" - ancora per quanto? - Renzi (1975) : Alfano (1970), Salvini (1973), Meloni (1977) ecc.) non trovo nessuno che sia particolarmente meglio… Il suo successo è ben descritto dal proverbio: “Nel paese dei ciechi l'orbo è re.”