BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

RETROSCENA/ Il piano di Renzi per sfuggire al tandem Visco-Draghi

Renzi sa che il tema del lavoro non è decisivo, ma è un simbolo. Sa anche che la minoranza Pd non ha alternative. E per questo ha alzato la posta. Da Fabio Fazio. ANSELMO DEL DUCA

Matteo Renzi ieri a Matteo Renzi ieri a "Che tempo che fa" (Infophoto)

Ha travolto in pochi mesi ogni linea di resistenza della vecchia politica. Ma adesso deve dimostrare che oltre il fumo c'è anche l'arrosto. Matteo Renzi è arrivato a un tornante decisivo della sua esperienza di governo. C'è molto più della battaglia sull'articolo 18 in ballo fra la direzione del Pd le conseguenti decisioni parlamentari sulla riforma del mercato del lavoro. In questa strettoia il premier si gioca l'affermazione stessa del suo nuovo modo di fare politica.

Ha scelto con cura il terreno della sua battaglia: un tema simbolo della lotta senza quartiere fra il vecchio e il nuovo che lui vuole incarnare, ma tutto sommato marginale rispetto al ben più ampio problema di rilanciare un'economia sempre più impantanata. Nella sua intervista a Repubblica spiega con estrema chiarezza che i reintegri ex art. 18 in Italia sono stati circa tremila, cioè lo 0,0003% dell'intera forza lavoro. Secondo i dati della Cgia di Mestre questo istituto si applica a circa il 57% dei lavoratori assunti a tempo indeterminato, ma appena al 2,5% delle imprese italiane, quelle 105mila che superano i 15 dipendenti. 

In una partita doppia ragioneristica fra costi e benefici il guadagno in termini di consenso - deve avere meditato Renzi - supera di gran lunga la possibile perdita presso mondi che difficilmente smetteranno di votare Pd, come la Cgil e dintorni. In questa contesa il sindacato, anzi, sta commettendo l'errore comunicativo di passare per difensore di chi garantito lo è già. Esattamente quello che serve al presidente del Consiglio per vincere.

Nei confronti con i suoi fedelissimi a Palazzo Chigi il premier/segretario si mostra molto sicuro che non ci sarà alcuna scissione dentro il suo partito. Si dice certo che alla fine la minoranza interna non potrà che adeguarsi. In fondo, quello scenario viene evocato esclusivamente da Civati, e invece escluso dagli esponenti più autorevoli, come Bersani. Non sarà un passaggio indolore, e forse qualche caso di coscienza potrà persino verificarsi, ma alla fine la quasi totalità del partito finirà per allinearsi. 

Come un mantra i renziani ripetono il ritornello del 41% alle europee, come a dire che al di fuori del Pd non c'è futuro alcuno, visto anche che a sinistra del partito lo scenario appare un campo bombardato, specie dopo la scissione di Gennaro Migliore da Sel. Non c'è alcun polo intorno a cui coagulare il dissenso al renzismo, e  i Cuperlo, o i Fassina lo sanno benissimo. Neppure la Cgil sembra in grado di frapporsi all'avanzare del premier. La Camusso non è Cofferati, e in dodici anni dai tre milioni di persone trascinate al Circo Massimo di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima. Quand'anche il maggiore sindacato italiano proclamasse davvero lo sciopero generale, questo difficilmente avrebbe l'effetto di bloccare l'iter parlamentare, come invece fu contro Berlusconi e Maroni ministro del Lavoro.

Un errore proprio Renzi sa di non potere permettersi: tentennare, esitare, indietreggiare. Se dovesse cedere a questa tentazione, davvero rischierebbe di essere travolto: le rive del suo fiume si stanno affollando di gente che si siede aspettandone il cadavere.