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Politica

SCENARIO/ Renzi, ci vuole un rimpasto (e una panchina più lunga)

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

Se è così, la linea sulla flessibilità del Governo italiano, che sembrava forte all'indomani delle elezioni europee, è ormai molto debole e lo sarebbe anche se qualche altro governo (come quello futuro greco) dovesse chiedere la rinegoziazione dei debiti. 

Il Governo chiede flessibilità per gli investimenti, ma non cofinanzia i fondi strutturali che permetterebbero subito una spesa di circa 25-30 miliardi di euro e alla fine del 2015 dovrà restituire all'Unione europea qualcosa come 12 miliardi di euro. La pianificazione del nuovo ciclo 2014-2020, dove l'Italia è il maggiore beneficiario dei fondi, dopo la Polonia e molto prima di tutti gli altri, segna già la perdita di un anno (il 2014) e la persistente mancanza di un piano strategico che colleghi il Governo centrale alle Regioni e alla Città metropolitane. L'inefficienza della pubblica amministrazione (giustizia compresa) non è scalfita minimamente dai provvedimenti legislativi sin qui adottati e i suoi costi continuano a lievitare, come mostra l'aumento costante del debito. I nostri giovani, non necessariamente solo quelli eccellenti, ormai sanno che l'emigrazione è l'unica soluzione alla loro condizione in patria; e, di fatto, l'università e la ricerca continuano a essere definanziate. Ma da dove dovrebbero venire l'innovazione e la competitività del Paese?

Non sarebbe giusto criticare il presidente Renzi, anche se non si condividono alcuni principi che ispirano la riforma costituzionale e la legge elettorale; chi governa in questo momento è in un cul-de-sac

Renzi ha il merito — non senza errori — di avere agito per ampliare il dialogo istituzionale (il "patto del Nazareno"), per stabilizzare l'azione del governo attraverso una forte volontà di discontinuità rispetto al passato, e per far pesare questa immagine a livello europeo. Su queste scelte ha avuto anche il sostegno del presidente Napolitano.

Ciò che al momento non sta reggendo è il Paese, la classe politica e — bisogna ammetterlo — anche gli italiani. 

Cominciamo da questi ultimi. La crisi non ha modificato i comportamenti negligenti e asociali che ci caratterizzano; anzi, sembra accentuare il sentimento di anomia degli italiani (i vigili romani, i netturbini napoletani, ecc.). La classe politica, a prescindere dalla sua mediocre composizione, non sembra fare alcuno sforzo per dare un contributo alle vicende politiche; anzi, M5S e minoranza Pd — con annessi e connessi — sembrano accerchiare il governo, difendendo micro-interessi e/o sostenendo posizioni che non sono realistiche. Il Paese è attraversato da profonde lacerazioni e da un divario territoriale incolmabile, esaltato da vicende indicibili, come il crollo delle case nuove del dopo terremoto de L'Aquila e il cedimento delle autostrade appena aperte in Sicilia. Il divario genera posizioni politiche interne analoghe a quelle riscontrate in Europa, con le Regioni del nord, e le forze che le rappresentano, che pretendono che il loro gettito fiscale non sia sprecato a colmare i disavanzi e le inefficienze delle Regioni del sud.