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SCENARIO/ Renzi, ci vuole un rimpasto (e una panchina più lunga)

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Il nuovo anno è iniziato con gli stessi problemi con cui è finito il vecchio, e cioè con l'Italia dentro una duplice instabilità politica: europea e nazionale, strettamente collegate.

Quella europea è legata alle fratture interne all'Unione europea tra gli Stati e a quelle interne agli Stati tra europeisti e antieuropeisti. Ciò determina, di fatto, un'incapacità a porre rimedio alla crisi: gli indicatori economici dell'eurozona sono sconfortanti e la lettura delle osservazioni della Commissione sulle leggi di stabilità italiana e francese dimostrano quanto ancora siamo indietro. Anche se la Germania concede più alla Francia che non all'Italia o alla Grecia, la sua posizione — in via di principio giusta — diventa ogni giorno sempre più inadeguata. 

È indubbio che spetti agli Stati non in regola con il patto di stabilità dimostrare che sono capaci di recupero; nessuno può fare al posto degli italiani, dei greci e, ora, anche dei francesi quello che deve essere fatto. Questi sono gli impegni assunti. 

Ma se il rispetto di questi impegni non rappresentasse la giusta terapia, sin dove si può insistere? Non diventa necessario pensare positivamente a soluzioni diverse?

Questo vuol dire che i trattati si possono riformare e che l'ipotesi di una federalizzazione di una buona parte degli Stati europei, come sostenuto da Valéry Giscard d'Estaing, Helmut Schmidt e da Joschka Fischer, appare una via da prendere in seria considerazione; anzi, per la zona euro questa prospettiva sembra decisiva.

In un sistema federale ci sarebbero minori controlli sugli Stati membri di quanti non ve ne siano adesso da parte dell'Unione europea e s'incrementerebbe la responsabilità di ogni governo nazionale. Con la federalizzazione dell'Unione europea nessuno sarebbe chiamato a pagare i debiti degli altri, come qualcuno impropriamente teme, ma si darebbe alle istituzioni europee e, in particolare, alla Bce la possibilità di fare una vera e propria politica economica anticiclica che consentirebbe la ripresa: esattamente quello che ha fatto gli Stati Uniti e che non ha potuto fare l'Unione europea. 

Si capisce che per realizzare ciò occorre: convincere i capi di Stato e dei Governi degli Stati membri (o una buona parte di questi); costruire una democrazia e un governo europeo, che mancano (soprattutto il secondo); e incrementare il bilancio dell'Unione europea dall'1% del Pil ad almeno il 4-5% del Pil europeo. 

Sino a quel momento la linea politica europea è recessiva e nessuno si aspetti sconti o sostegni. L'ipotetico piano della Commissione Junker non ha risorse sufficienti; i 300 mld di cui tanto si favoleggia, in realtà, non sono soldi veri, se non in piccolissima parte (15 mld); per il resto sono solo speranze.  



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