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DIETRO LE QUINTE/ Tra Miglio, Enrico Cuccia e Bruxelles: la "nuova Lega" di Salvini

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Matteo Salvini (Infophoto)  Matteo Salvini (Infophoto)

Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, dopo la manifestazione di Bologna, rilascia un'intervista al Corriere della Sera dove è quasi evasivo su una domanda cruciale. L'intervistatore sembra suggerirla, la risposta evasiva. Chiede: "La Lega ha oggi ambizioni nazionali. Ma resta, nel primo articolo del suo statuto, 'per l'indipendenza della Padania'. E' possibile che lo statuto cambi e voi smettiate di essere indipendentisti?"

Salvini la prende alla larga, nella sua risposta: "Noi stiamo lavorando per concretizzare le idee geniali del professor Miglio. Il punto è l'autogoverno per tutti i territori: macroregioni, statuto speciale, autonomia e indipendenza sono dei mezzi per arrivare a quello".

Il ricorso a Gianfranco Miglio, teorico del federalismo e forse anche di più, nell'Italia degli anni Novanta, è quasi d'obbligo. Ma si potrebbe obiettare che anche la Lega Nord degli anni Novanta, quella del senatùr Umberto Bossi al comando, ha avuto i suoi contrasti, non semplici, con Miglio. Chissà che posizione avrebbe oggi il professore rispetto alla politica italiana in generale e a quella della Lega in particolare.

Nel "pantheon" leghista Miglio ci resta di diritto, ma molto tempo è passato da quel periodo in cui la Lega, pur con parole d'ordine durissime e politicamente scorrettissime, cercava ugualmente soluzioni politiche a livello nazionale. Lo attestano il governo con Berlusconi e, volenti o nolenti, con Fini. Poi l'appoggio al governo tecnico di Lamberto Dini, quindi l'avvicinamento a Rocco Buttiglione e a Massimo D'Alema, che definì la Lega una "costola della sinistra". Infine il lungo percorso a fianco di Silvio Berlusconi.

A ben guardare la Lega non è mai stata una forza regionale (e forse veramente indipendentista), ma un partito ben radicato al Nord che ha avuto un grande successo negli anni Novanta, perché poneva al centro del suo programma la "questione settentrionale", cioè il problema del motore economico del Paese che veniva imbrigliato, intrappolato da uno Stato ipertrofico, immobile, antico e ottuso, con una burocrazia anacronistica e da una pressione fiscale che già allora era asfissiante.

La prima edizione de Il sacco del Nord del sociologo di sinistra Luca Ricolfi è del 2010 e racconta la perdita dello slancio federalista italiano negli anni precedenti. Poi Ricolfi, un anno dopo, pubblicherà La repubblica della tasse, ribadendo e ampliando gli stessi concetti di una storia andata male.

Ma la colpa non è solo della Lega cosiddetta "indipendentista". Le colpe sono complesse e sono ampliate dalla grande crisi economica mondiale del 2007. Alla fine, se ci si permette un poco di schematismo, non è la Lega che è cambiata, ma è il Nord che è molto mutato.

Ma il fatto principale, sapendo bene che la differenza tra Nord e Sud si è addirittura ampliata per forza economica, è che anche la "questione settentrionale" è stata ingabbiata dalla tecnocrazia europea, dalla politica economica europea in risposta alla grande crisi mondiale del 2007.



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