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POST-ATTENTATI/ L'Arabia Saudita e il flop dell'intelligence "incoronano" Marine Le Pen

Pubblicazione:domenica 15 novembre 2015

Marine Le Pen (Infophoto) Marine Le Pen (Infophoto)

DOPO GLI ATTENTATI DI PARIGI COME CAMBIA IL QUADRO POLITICO IN FRANCIA? E' ritornata puntualmente la ripetitività di analisi, riunioni, dichiarazioni, deplorazioni. Le televisioni si arrovellano negli inviti di esperti (anche di presunti esperti) e nell'aggiornamento di notizie già note. Da Parigi e dalla Francia arrivano immagini di dolore, di sgomento, di frustrazione, di paura, ma anche di rabbia. Da Bruxelles sarebbe garantita l'unità dell'Unione Europea e da Palazzo Chigi filtra un invito all'unità come ai tempi del terrorismo.

Ma i tempi del terrorismo sono finiti, chiusi, forse da parecchio tempo. Perché non ci vuole un grande stratega per derubricare l'azione di guerra di Parigi in attacco terroristico. Non è neppure solo un salto di qualità "guerrigliero" in chiave urbana. Prendiamo atto una volta per tutte che l'Isis, il nuovo radicalismo islamista diventato stato, ha messo in atto tutta la sua pressione sull'Occidente con "truppe scelte" di diversa provenienza, quelle che si mimetizzano integrate nel melting-pot di seconda o terza generazione e quelle che si infiltrano arrivando direttamente dai luoghi della guerra sul campo.

L'azione di Parigi è apparsa perfettamente coordinata, con una sequenza quasi scandita da un orologio, con tutta probabilità diretta e studiata con suggerimenti che arrivavano da lontano.

Ci si stupisce che non vengano presi di mira dei "simboli", degli edifici "simbolo", dei luoghi "simbolo" dell'Europa occidentale e cristiana. Ma è proprio questo che delinea la guerra totale scatenata dall'Isis. Il califfato nazislamista, quello che arriva all'esecuzione cadenzata di giovani che si divertono in una sala parigina di spettacoli, è l'espressione di un odio, totale e viscerale, verso uno stile di vita, verso una civiltà che non è tollerata dal loro fanatico radicalismo. E' questo il simbolo che vogliono colpire: il modo di vivere quotidiano delle persone dell' Occidente.

Questo fatto sembra trascurato nelle analisi della classe dirigente dell'Occidente. La politica estera occidentale, da una parte all'altra dell'Atlantico, sembra tutta orientata a muoversi nel profumo di affari a breve scadenza e di una banale fiducia nell'esportazione, senza colpo ferire, del sistema democratico che storicamente, da secoli, è una caratteristica occidentale, una vocazione occidentale che non può essere svillaneggiata nel 2015 per gli errori del colonialismo o addirittura condannata dalla storia delle crociate. Tra un po' dovremo condannare anche Pietro l'Eremita per ammorbidire il califfo e i suoi alleati.

Bisognerebbe andare a rileggere i cantori delle "primavere arabe", i destabilizzatori di regimi certamente non democratici, ma almeno funzionali a stabilità di regioni e di vaste aree del mondo, per comprendere tutta la povertà culturale di questa nuova classe dirigente occidentale rispetto ai vecchi grandi diplomatici che almeno assicuravano lunghi periodi di pace al mondo.

In più, con una ottusità incredibile, le divisioni sulla strategia da adottare contro lo stato islamico sono gravate da contrasti e profonde diffidenze tra Stati, tra la Russia e gli Stati Uniti, tra la spaccatura della politica di Barack Obama e quella dell'alleato naturale in Medio oriente dell'Occidente, Israele, dopo l'accordo definito storico con l'Iran.


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