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DIETRO LE QUINTE/ Il "tris" che manda a casa Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

La situazione dove il Pd proprio non ha speranze con un candidato targato dem è proprio Roma. Qui serve un volto estraneo alla politica per far dimenticare il fiasco di Marino, e sarà la sfida dei prossimi mesi, perché Renzi non può permettersi di perdere senza provare sino allo spasimo a ribaltare i pronostici infausti.

Un disperato bisogno di volti freschi e non marchiati dal passato ha anche Berlusconi, solo che per lui il papa straniero per il Campidoglio ci sarebbe. Alfio Marchini ha già ricevuto la benedizione dell'ex premier, anche se è stato sonoramente bocciato da Giorgia Meloni. Il centrodestra è un arcipelago numericamente significativo, ma senza un leader, e questo è un limite grave. 

Berlusconi mette in gioco anche la premiership, perché si rende conto che il suo nome non è più spendibile, anche se dovesse arrivare una sempre più improbabile riabilitazione attraverso la Corte di Strasburgo. Ma deve fare i conti con il resto del centrodestra, con Salvini, innanzitutto. E a Salvini i papi stranieri non piacciono, come dimostra il gelo intorno all'ipotesi di Marchini a Roma e ancor più intorno a quella dell'ex numero uno dell'Eni, Scaroni, per Milano. 

Fra Lega e Forza Italia i rapporti di forza sono cambiati, ma non in maniera definitiva. La crescita tumultuosa dei consensi salviniani si è fermata, e oggi l'uno ha bisogno dell'altro. Salvini rivendica la guida della coalizione, ma non ha sufficiente consenso per imporsi. Ha convinto Berlusconi a salire sul suo palco domenica prossima a Bologna, ma senza un incontro preventivo a tre (Meloni compresa) si rischia il pasticciaccio.  

Berlusconi si è fatto scappare che la sua presenza a Bologna è necessaria per "controllare" Salvini, per evitare fughe in avanti. Ma la sua capacità di aggregare è ridotta al lumicino. Oltre a Lega e Fratelli d'Italia ci sono tanti altri brandelli da ricucire, da Fitto a (forse) Alfano, in un intreccio di veti incrociati da mal di testa, dal no della Meloni a Marchini a quello di Salvini a Lupi. 

In entrambi i campi la battaglia di primavera è già cominciata con la crisi in Campidoglio. E da come questa partita verrà giocata dipenderà lo scenario futuro delle leadership e delle alleanze con cui il paese andrà alle urne per le elezioni politiche nella primavera del 2018 o — più probabilmente — del 2017.



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