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LA UE E L'ISIS/ Come sono diversi i silenzi di Renzi e Merkel

Angela Merkel con Matteo Renzi (Infophoto) Angela Merkel con Matteo Renzi (Infophoto)

Il fronte mediterraneo è un terzo momento che giustifica con molta evidenza il wait and see di Renzi. Sono anni che l'Italia paga - letteralmente - il conto di migrazioni sempre più "bibliche" per dimensioni e origini. Lo fa nel disinteresse - miope e disonesto - dei partner europei del nord: pronti addirittura (è stato il caso della stessa Francia a Ventimiglia) a chiudere le frontiere verso un Paese giudicato inaffidabile "terra di mezzo", non un pezzo di una sola Europa particolarmente esteso nelle coste. La Germania ha scoperto solo con il collasso siriano tutte le insidie - anche e soprattutto di politica interna - portate dalle colonne di profughi ai confini. Anche la Francia ha dovuto attendere il 2015 per vedere tragicamente smentita la narrazione di comodo secondo cui i rischi di infiltrazione della Jihad in Europa erano colpa delle inefficienze spesso sospette di compromissione da parte degli europei meridionali.

"Siamo in guerra", tuona quotidianamente Hollande, da sabato mattina. Quattro anni fa la Francia (storica alleata del regime di Assad in Siria) non ha neppure dovuto invocare i trattati internazionali per "andare in guerra", liberando nei fatti il campo per l'Isis in Libia. La Marsigliese va bene per l'eleborazione pubblica di un lutto. Ma dal giorno dopo torna la politica, d'abord: il lavoro degli uomini di governo, fra diplomazia, economia, scadenze elettorali di quelle che sono e vogliono rimanere democrazie.

Renzi deve ancora calare una sola carta in una partita di estrema difficoltà, che certamente non potrà non vedere l'Italia al tavolo, col rischio di essere oggetto più che soggetto. Forse il Premier italiano non ha torto ad attendere.

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