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CONSULTA NEL CAOS/ Tra nomine e veti, un'operazione per togliere (ancora) democrazia

Pubblicazione:martedì 1 dicembre 2015 - Ultimo aggiornamento:martedì 1 dicembre 2015, 14.07

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Ancora una volta, martedì, il Parlamento è stato convocato in seduta comune per eleggere i tre giudici costituzionali mancanti e sembra che le difficoltà che sin qui hanno impedito l’elezione di costituzionalisti e giuristi stimati, come Augusto Barbera, Franco Modugno e Francesco Paolo Sisto, non siano state superate. Ci si deve chiedere come mai ciò stia accadendo e quale sia il senso di questo fatto. Intendiamoci, contrariamente a quello che si dice, il funzionamento della Corte costituzionale non corre seri pericoli, non solo perché le prossime scadenze dei giudici in carica sono alquanto lontane nel tempo, ma anche perché la regola sul funzionamento della Corte è che questa decide con l’intervento di undici giudici.

Questa circostanza comunque non depone a giustificazione di ciò che sta accadendo in Parlamento e che ha comportato un effetto accumulo dei seggi vacanti in seno alla Corte. È bene, infatti, che i giudici della Corte costituzionale siano eletti o nominati uno per volta e con una certa distanza tra loro, perché ciò garantisce scelte più ponderate e, per quanto strano possa sembrare, favorisce l’accordo politico sui nomi; invece, qualora si eleggano più giudici nello stesso momento, si favorisce la lottizzazione politica e questo non fa bene a un organo di giustizia costituzionale che, comunque sia, ha inevitabilmente forme di contiguità con la politica. Era già successo che un certo accumulo di nomine di giudici della Corte, da parte del presidente della Repubblica, si fosse verificato e anche in quel caso, nonostante la prerogativa presidenziale alla nomina dei giudici della Corte sia stata rivendicata come assoluta sin dall’inizio, per opera del presidente Giovanni Gronchi, una certa distribuzione tra aree diverse si è insinuata.

I giudici della Corte costituzionale di derivazione parlamentare sono votati dal Parlamento, ma a decidere non sono i parlamentari, sono i leader politici che, grazie ad accordi stipulati, usando l’espressione inglese behind the chair of the speaker, dietro la poltrona dei presidenti delle Camere parlamentari, designano nomi di propria fiducia e con i requisiti previsti dalla Costituzione. Perché allora il Parlamento non riesce a raggiungere il quorum che a questo punto è anche ridotto? Non è certo colpa dei parlamentari e neppure del Parlamento, come organo, ma semmai è colpa delle tre leadership che si muovono un po’ a caso, ognuno con il proprio nome, ma senza condividere quello degli altri e si trovano anche argomenti che hanno un certo sapore di pretestuosità; come la circostanza che un candidato è stato parlamentare di lungo corso, senza considerare che anche un altro candidato è tuttora parlamentare e presidente di una Commissione della Camera.

Inoltre, alla Corte sono stati nominati giudici che erano ex ministri ed ex presidenti del Consiglio dei ministri, ex presidenti della Camera dei deputati, ex segretari di partito politico, ex capigruppo alla Camera o al Senato, ecc. Perché stranirsi allora per i nomi d oggi?


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