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LEOPOLDA NEL CAOS/ Cuperlo: se Renzi fa da solo, stavolta perde

Pubblicazione:sabato 12 dicembre 2015

Gianni Cuperlo (Infophoto) Gianni Cuperlo (Infophoto)

Mi permetto di dubitare sul fatto che sia così vincente come appare. Suggerirei di leggere con cura le analisi dell’ultimo voto regionale e inviterei tutti a riflettere sugli effetti potenziali di un ballottaggio senza apparentamenti e con il premio di maggioranza alla lista. Quanto al Pd credo non possa essere quel Partito della Nazione descritto venerdì dal sindaco di Firenze. Una grande balena piantata al centro, sull’onda della convinzione che destra e sinistra siano categorie sepolte nel Novecento e che tutto ciò che sta fuori dal Pd sia un misto di populismo o antipolitica. Lo trovo un modo regressivo di intendere la nostra democrazia.

 

Il Labour inglese si è evoluto da Blair a Corbyn, la sinistra italiana da D’Alema a Renzi. Sono due dinamiche in qualche modo opposte. Come spiega questo fatto?

Capisco il dono della sintesi ma forse in questo caso è un po’ eccessiva. Blair è stato il solo leader laburista a vincere per tre volte di seguito le elezioni del suo Paese ma è anche artefice di alcuni errori drammatici, a cominciare dall’avventura irachena. Renzi si è imposto sull’onda di una domanda di rinnovamento delle classi dirigenti che evidentemente maturava da tempo. Poi, una volta scalato il partito e il governo, ha dato vita a una politica di riforme che si è discostata non poco dalle premesse della sua candidatura. La sua forza è nell’avere restituito al Paese uno slancio e un dinamismo che mancavano da tempo. Mentre sul merito io continuo a credere che agire sulle sole regole del mercato del lavoro, su forme di sostegno al reddito e su sgravi alle imprese non basti. Perché in assenza di una strategia coraggiosa di investimenti pubblici la ripresa timida di oggi non si tradurrà in una crescita più solida.

 

Cosa prenderebbe rispettivamente da Corbyn, Tsipras e Podemos?

I voti delle primarie. L’orgoglio di un popolo. La capacità di ripensare la partecipazione dal basso.

 

Che cos'è M5s per lei? Un interlocutore privilegiato, come per Bersani? O cos'altro?

Quando un movimento si presenta alle elezioni e raccoglie un quarto dei voti il primo sentimento è di rispetto. Liquidarlo come espressione di puro populismo può confortare gli animi sensibili alla propaganda ma non aiuta a capire da cosa quella fiducia di tanti sia originata. In parte credo che i 5 stelle siano la risposta che la crisi ha generato e che quella esperienza ha avuto il merito di incanalare nella rappresentanza. Penso anche che l’attività nelle istituzioni, nei consigli comunali e regionali, nel Parlamento rafforzi la loro componente più matura e responsabile e questo non può che fare del bene. Poi, sul merito, mi sento distante anni luce quando si ragiona di migranti e più in sintonia su altri terreni, ma questo è persino secondario rispetto al fatto che occuperanno per un tempo non breve uno spazio non banale nella vita pubblica del Paese.

 

La vittoria della Le Pen è più una conseguenza della paura del terrorismo o delle difficoltà economiche che sta attraversando la classe media, accomunando Francia e Italia?

Non sono un esperto di cose francesi ma penso sia tante cose. Non solo l’effetto della strage di novembre e di un riflesso securitario. In fondo quel partito è in una luna di miele con gli elettori dal 2002, l’anno dello storico ballottaggio alle presidenziali tra Chirac e Le Pen padre. Mi pare di aver capito che la figlia ha saputo “ripulire” il movimento dalle sue scorie più impresentabili a cominciare dalle pulsioni antisemite. Detto ciò credo e spero che Marine Le Pen non salirà mai all’Eliseo, ma per evitarlo sarebbe il caso che i socialisti affrontassero di petto ragioni e rimedi possibili della loro crisi attuale. Pensare di arrestare l’onda annunciando il rischio di una guerra civile se vince il Fronte Nazionale mi pare il modo meno efficace di aggredire il problema.

 

(Pietro Vernizzi)



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