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Politica

SERGIO MATTARELLA/ Dal "maestro" Aldo Moro a quell'avversione per la politica-spettacolo di oggi

All'indomani dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, GIANNI ZEN racconta il suo rapporto con Sergio Mattarella. Entrambi componenti del gruppo alla Camera dei Popolari nel 1994.

Sergio Mattarella (Infophoto)Sergio Mattarella (Infophoto)

Caro direttore,
molti mi stanno chiedendo di Sergio Mattarella. Su cosa ne penso, avendolo conosciuto bene, del fatto che sia diventato presidente della Repubblica. Io ne penso tutto il bene possibile, rispondo. Era con me componente del gruppo alla Camera dei Popolari nel 1994. In tutto 33. Capogruppo Nino Andreatta, il maestro di Prodi. Andreatta, una persona geniale. Un bel concentrato, quei 33, di grandi personalità. Penso qui alla mia amicizia con Gabriele De Rosa e Alberto Monticone, grandi storici cattolici. Per non dire dei rapporti quotidiani con i quasi coetanei Letta, Franceschini, Fioroni, Pistelli (il maestro di Renzi).

Io facevo parte della Commissione Cultura. Andreatta mi chiese, poi, di far parte, assieme a Sergio Mattarella, della Commissione Antimafia. Ricordo che il tema più importante che affrontammo in questa Commissione fu la questione dell'usura, e la verifica dei tassi bancari. Oltre ovviamente ai temi correnti delle infiltrazioni mafiose. 

Così con Mattarella nacque non direi un'amicizia, vista la differenza d'età, ma una consuetudine. Lunghe chiacchierate. Ovviamente non solo di politica. Ricordo alcune situazioni curiose: lo accompagnai in alcune occasioni in alcuni appuntamenti istituzionali. E ciò avveniva con la macchina blindata, perché aveva la scorta. Gli chiesi più volte come si viveva sotto scorta. Facile immaginare la risposta: una necessità, visti i tempi, ma carica di disagi. 

Ricordo che mi fece studiare il caso di un senatore Dc ucciso dalla mafia nel 1988, Roberto Ruffilli, incaricato di presentare una riforma dello Stato incentrata sul principio "il cittadino come arbitro". Studiai il caso, l'intelligenza di questa proposta, e compresi che dopo l'uccisione di Moro nel 1978, la morte di Ruffilli avrebbe cancellato ogni ipotesi di riforma e di modernizzazione dello Stato italiano. Con le conseguenze che sappiamo, cioè la degenerazione della prima Repubblica e Tangentopoli, una degenerazione che portò ad una seconda Repubblica piena di contraddizioni. Cioè la storia dei nostri giorni. Quella insipienza fu coperta, l'anno dopo, nel 1989, dalla caduta del Muro di Berlino, eccetera, e non si parlò più della proposta di Ruffilli, vero antesignano dell'applicazione del principio di sussidiarietà. Oggi dimenticato. 

Ricordo Mattarella come studioso attento, sempre puntuale, informato, disponibile. Ma sempre discreto, mai sopra le righe. Un'altissima sensibilità istituzionale, una inflessibile sensibilità etica, una sobrietà di fondo che mal si concilia con la politica-spettacolo di oggi. Lo stesso rigore morale, mi verrebbe da dire, del suo maestro politico, Aldo Moro. 

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