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IL CASO/ Popolo sovrano, Parlamento, Governo: la catena democratica spezzata da Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Siamo, se così si può dire, ad un epilogo, al punto di minima di una parabola il cui futuro è oscuro. Una volta che gli avvisi di garanzia vengono letti come condanne, le intercettazioni come le prove e poi, ancora, in crescendo, i comportamenti come reati, si rischia il peggio, quel peggio che può arrivare sino alla diffusione di frasi dette in privato anche da persone al di sopra di ogni sospetto, col mero scopo di colpire gli avversari, politici o economici o personali che siano. 

Ora, un Governo in cui risulta smorzata la sua natura di organo collegiale e quindi congiuntamente responsabile di quanto si decide in seno al Consiglio (ma anche nell'ambito dei diversi dicasteri; non dimentichiamo che il presidente può sempre sospendere gli atti di un ministro per sottoporli al vaglio del collegio, se tale atto contrasta con l'indirizzo politico) finisce per essere una sorta di specchio della persona del premier, consegnando allo stesso i destini del Governo nel suo insieme, delle coalizioni che lo sostengono e dei singoli componenti. Niente di più lontano del disegno costituzionale, che affida al presidente del Consiglio solo la direzione dei lavori e non tutti i dettagli del lavoro stesso; un impianto, quello costituzionale, che vedeva nella responsabilità collegiale il più sicuro baluardo contro i venti del parlamentarismo ad oltranza, figlio primigenio del populismo. Era la collegialità dell'esecutivo ad essere concepita come strumento a difesa della stabilità del Governo, affinché lo stesso non fosse succube degli umori di un'assemblea parlamentare che può diventare facile preda dei media, quando i media sono solo assetati di sensazionalismo. 

Popolo sovrano, parlamento e governo: questa catena della legittimazione democratica regge finché reggono le mediazioni di soggetti della società civile (i partiti) capaci di rappresentare al meglio le tensioni e gli interessi più nobili presenti nel contesto sociale. Quando alle forme autentiche della rappresentanza politica si sostituisce una opinione pubblica ostaggio del giustizialismo più spinto, alimentato da un generale disprezzo per la politica stessa, tutto diventa spettacolo e volge al degrado. E, pertanto, se tutto è mediatico, bene ha fatto il ministro Lupi ad annunciare le dimissioni prima per televisione che in Parlamento. Così, almeno, risulta chiaro chi è diventato il vero sovrano.

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