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MANETTE/ Grosso: i giudici fanno un uso politico della carcerazione preventiva

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Questa è una critica che ricorre da anni. Io penso che una tentazione in questo senso nella mente di alcuni procuratori della Repubblica vi sia stata e vi sia. Ma c’è anche un’altra spinta a utilizzare la carcerazione preventiva al di fuori dei limiti strettamente stabiliti dalla legge. Noi abbiamo un sistema penale molto inefficiente dal punto di vista dell’esecutività. E’ molto difficile che un “colletto bianco” condannato, nel momento in cui a distanza di anni approda alla sentenza di condanna definitiva, vada effettivamente in carcere.

 

Per quali motivi?

Anche dove scatti il carcere è stata prevista tutta una serie di possibilità che consentono la liberazione anticipata o l’abbreviazione del tempo della pena.

 

E quindi?

Da questa situazione può venire la spinta che porta un procuratore a dire: “Un certo soggetto è fortemente indiziato per un reato grave, perché non dovrebbe scontare un certo numero di mesi di custodia cautelare?”. E’ chiaro che dal punto di vista dei principi un atteggiamento mentale di questo tipo è assolutamente sbagliato, perché non è previsto dalla legge e quindi non dovrebbe essere preso in considerazione. Anche se evidentemente qualcuno nelle Procure non la pensa così.

 

Occorre maggiore rispetto della legge?

Sì, personalmente ritengo che la legge sulla custodia cautelare dovrebbe essere applicata con estremo rigore. Fino a quando vige la presunzione di non colpevolezza, la libertà personale deve essere ristretta soltanto quando esiste rigorosamente una delle tre esigenze di cautela che rendono necessarie misure che devono essere comunque solo provvisorie. La libertà è infatti un valore talmente importante che può essere limitata solo a conti fatti, cioè in presenza di una sentenza definitiva.

 

(Pietro Vernizzi)

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