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POLITICI E PM/ Così i magistrati decidono (per noi) chi votare

Pubblicazione:domenica 29 marzo 2015

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La vicenda del sindaco di Napoli Luigi De Magistris dimostra sempre più come la politica, a partire dagli anni novanta, si sia messa sempre più nelle mani della magistratura. 

Con la legge n. 55 del 1990 si è introdotto un procedimento che prevedeva il progressivo allontanamento dalle cariche pubbliche locali se sottoposti a procedimenti penali o a misure di prevenzione connessi a reati di stampo mafioso. Poi, in relazione a situazioni penalmente rilevanti derivanti da condanne per delitti di particolare gravità (oltre a misure preventive connesse, per lo più, a delitti di stampo mafioso), la legge n. 16 del 1992 ha disposto l'incandidabilità alle cariche politiche regionali e locali e, più in generale, l'impossibilità di ricoprire le cariche stesse. 

Così, a seconda delle situazioni, dalle decisioni dei giudici scaturiscono la sospensione dalla carica, la nullità dell'elezione o della nomina, la revoca dell'atto di nomina o di convalida dell'elezione, ovvero ancora la decadenza di diritto nel caso di sentenze definitive emesse nei confronti di coloro i quali fossero già titolari della carica. 

Infine, con il decreto legislativo n. 235/2012 (cosiddetta legge Severino) la predetta disciplina sulle cariche locali e regionali è stata aggiornata ed estesa, pur con specifiche peculiarità, anche ai componenti del Governo e ai membri del Parlamento nazionale e di quello europeo.

Insomma, si è introdotta una disciplina molto articolata, e pure per alcuni aspetti imprecisa e contraddittoria, che incide direttamente sul rapporto tra la collettività rappresentata e gli organi democraticamente selezionati. Volendo proteggere le funzioni rappresentative di livello locale, regionale e nazionale dalle infiltrazioni criminali, si sono previsti meccanismi che finiscono per subordinare automaticamente la titolarità delle cariche elettive al determinarsi delle decisioni giudiziarie di rilievo penale. 

Tutto il contrario di quanto statuito dai costituenti: essi hanno riservato alle sole Camere il giudizio non solo sui titoli di ammissioni dei parlamentari, ma anche "sulle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità" (articolo 66); e, nell'originaria versione dell'articolo 68, comma 2, avevano subordinato la sottoposizione dei parlamentari alla giurisdizione penale e la stessa efficacia del giudicato penale relativo ai parlamentari alla volontà di questi ultimi. Ma con le leggi intervenute prima a livello locale e poi — soprattutto — con la modifica costituzionale del 1993 che ha delimitato fortemente le garanzie dei parlamentari, si è innescato un processo in senso inverso. 

Certo, anche la Corte costituzionale ha riconosciuto che queste misure legislative incidono sugli organi elettivi, e dunque interferiscono sulla formazione della rappresentanza politica; anzi, ha detto che "devono essere sottoposte a un controllo particolarmente stringente", perché non ci troviamo davanti ad uno spazio giuridicamente vuoto, ma al contrario, siamo in presenza di disposizioni costituzionali che garantiscono espressamente l'elettorato passivo dei cittadini. Si tratta esattamente dell'articolo 51 della Costituzione, che va letto alla luce dei principi posti nell'art. 1(principio democratico), nell'art. 2 (diritti inviolabili), e nell'art. 3 (principio di eguaglianza) della medesima Costituzione. 


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