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MATTARELLA-PAPA/ Entrambi hanno "seppellito" la Dc

Pubblicazione:domenica 19 aprile 2015

Sergio Mattarella (Infophoto) Sergio Mattarella (Infophoto)

Se proprio le "picconate" di un presidente della Repubblica democristiano come Francesco Cossiga — nella prima parte di mandato oltremodo silente, e poi letteralmente "esploso" come fenomeno mediatico proprio in concomitanza con le inchieste dell'allora magistrato Di Pietro — contribuirono alla crescita esponenziale di un desiderio collettivo di "nuova politica", e soprattutto di nuovi politici, non ci si poteva poi realisticamente aspettare una prosecuzione della leadership proprio di quella classe dirigente che in un certo senso si andava auto dissolvendosi nella bagarre di "Mani pulite".

Tutta la storia successiva a quel delicato passaggio, ovvero la stagione "berlusconiana" degli anni Novanta e Duemila come oggi la si suole indicare, da una parte ha visto aprirsi (come detto) la possibilità di attingere ai ruoli apicali delle istituzioni repubblicane alla parte ormai ex-comunista, dall'altra è stata una lunga e faticosa rincorsa ad una legittimazione della nuova leadership "azzurra" di Forza Italia e alleati — sull'onda di una indubbia fortuna elettorale dello stesso Berlusconi —, con però persistenti difficoltà nel trovare accoglimento presso l'establishment politico-culturale italiano, che in prevalenza ha continuato a considerarla un corpo estraneo – così come il sempiterno "conflitto di interesse" collegato al fondatore della Fininvest emblematicamente rappresenta. 

Dall'altra parte, quella stagione "interrotta" ha fatto improvvisamente uscire di scena una intera classe politica cattolica, la quale attraverso la persistenza di una cultura cattolico democratica da un lato, e il nuovo profilo attivista di alcuni movimenti ecclesiali postsessantottini dall'altro, ha continuato parzialmente a far sentire la sua voce con alcuni suoi nuovi protagonisti, ritrovandosi però oramai dispersa nelle varie formazioni partitiche della seconda Repubblica, una volta superato il principio dell'unità politica dei cattolici italiani.

Inoltre, il deficit di profilo istituzionale patito — a torto o a ragione — dal centrodestra per eredità antiche (la ricerca di legittimazione della destra postfascista) e nuove (l'appeal antiistituzionale del medesimo Berlusconi, che pure gli ha lungamente favorito quel consenso nelle urne che era figlio diretto dell'antipolitica), se da una parte gli ha impedito (tranne qualche sporadico caso) l'accesso alle cariche istituzionali, dall'altra a maggior ragione ha finito per allontanare dalle stesse tutto quel mondo moderato cattolico che da sempre ha rappresentato una parte importante del partito democristiano, e che in esso ha comunque faticato a trovare effettivo spazio di manovra. 

Tutto ciò ha aperto una nuova epoca di "responsabilità civile", dove la legittimazione di un profilo istituzionale — compreso il più alto, quello presidenziale — ha attinto ad una diversa tavola di valori, prevalentemente extrapartitici, ma soprattutto lontani da quel soggetto efficacemente definito da Agostino Giovagnoli come il "partito italiano", che avevo sino ad allora governato il Paese.

Oggi un presidente della Repubblica che proviene proprio dalla storia del partito di De Gasperi e dall'Azione Cattolica — prossimo, in particolare, alla corrente cattolico-democratica che nella Dc ha sempre guardato più a sinistra —, e che è stato scelto dalla leadership di quel Partito democratico il quale si intende come la legittima fusione di quella parte cattolica e della parte riformista postcomunista, incontra il Papa del rinnovamento, quello che da subito è stato considerato un riformatore della Chiesa (e fors'anche di una parte di società). E mai, come in questo caso, i luoghi comuni paiono sprecarsi, sul ritorno della "Balena Bianca".


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