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J'ACCUSE/ Il giurista: sostituire i dem "ribelli" è contro la Costituzione

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Se così fosse, vorrebbe dire che nulla conta il principio costituzionale del divieto di mandato imperativo, scritto in Costituzione proprio per evitare che gli organi dirigenti dei partiti prevalgano in modo arbitrariamente coattivo sulla libera espressione della volontà dei rappresentanti che i cittadini selezionano mediante le elezioni. 

Ancora, si obietterà: basta con questi desueti principi del parlamentarismo; evviva la decisione assunta dagli organi direttivi del partito! In realtà, a dispetto del silenzio imbarazzante di chi avrebbe il dovere di intervenire per difendere le prerogative parlamentari, può ben dirsi che qui è in gioco un principio fondamentale per la democrazia. Alcuni popoli a noi vicini hanno già sperimentato cosa significa rinnegare la democrazia fondata sulla rappresentanza ed avere parlamenti di pura facciata: gli esiti sono stati a dir poco disastrosi per le libertà individuali e collettive. 

Anche da noi il problema può assumere connotazioni simili anche a causa di una grave omissione cui non si riesce a porre rimedio: nessuno, a dispetto di quanto prescritto dalla Costituzione e in assenza di opportune norme attuative di legge, controlla la democraticità dei partiti. Mancano cioè garanzie sufficienti sulla legittimazione democratica degli organi direttivi dei partiti e movimenti politici. Come noto, è assai probabile che, subito dopo l'eventuale approvazione dell'Italicum, la Corte costituzionale sia investita del sindacato di costituzionalità sulla nuova elettorale, che per vari aspetti solleva dubbi di un qualche rilievo. Non può escludersi che tra i rilievi sollevati si collochi anche il profilo qui in esame. Un motivo in più per avere meno audacia e più attenzione alla Costituzione.  

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