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DDL CORRUZIONE/ Una "riforma" figlia di Tangentopoli (e dei pm)

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Montecitorio (Infophoto)  Montecitorio (Infophoto)

Con riguardo al fenomeno corruttivo, nonostante l'Italia abbia vissuto il periodo di Tangentopoli — un fenomeno giudiziario eccezionale di contrasto dei delitti contro la Pa, noto a livello mondiale, che ha determinato gli assetti politici ed economici dell'ultimo ventennio — si può dire che poco o nulla sia cambiato: gli episodi di corruttela diffusa in tutto il Paese, di cui sono piene anche le recenti cronache, impongono una riflessione rispetto all'efficacia dell'azione giudiziaria per combattere ed estirpare questa piaga del nostro Paese. 

Il fatto che dagli anni novanta ad oggi si continuino a versare tangenti per ogni tipo di lavoro, di appalto, di favore a tutti i livelli, anche se con modalità variegate e sempre più raffinate proprio per sfuggire l'azione contrastante della magistratura, significa che tale azione è inadeguata ed insufficiente per combattere questo fenomeno di illegalità così radicato nel nostro sistema.

Eppure fino ad oggi si è sostanzialmente intervenuti solo, o quasi esclusivamente, sulle regole (il codice penale) che governano l'azione repressiva della magistratura e, nonostante l'evidente fallimento, anche con il disegno di legge in discussione ci si illude di poter risolvere il problema, inasprendo ulteriormente le pene o allungando la prescrizione per questi reati (è previsto che, prossimamente, vada in discussione in Senato un provvedimento che propone di aumentare della metà il tempo necessario a prescrivere il reato di corruzione).

Non è un caso che il disegno di legge originalmente sia stato presentato dal presidente Pietro Grasso, nel marzo 2013, quando ancora non presiedeva il Senato: un alto magistrato (era stato il procuratore nazionale antimafia) che, evidentemente, per forma mentis è portato a ragionare più in termini repressivi che non preventivi; un disegno di legge che è stato sostenuto e invocato dall'Anm e addirittura osteggiato dalla componente più intransigente del Parlamento, il Movimento 5 stelle, perché ritenuto troppo "morbido".

Ciò che è mancato e manca tutt'ora è un serio e radicale rinnovamento del sistema all'interno del quale prolifera e si sviluppa, in modo quasi necessario, il fenomeno corruttivo: ossia il sistema della Pa, l'imponente meccanismo burocratico che è il vero freno dell'economia e dell'iniziativa privata di questo Paese, cui la politica, a tutti i livelli, spesso è complice o supinamente succube e impotente.

Il vero sforzo di riforma andrebbe indirizzato a semplificare le procedure di appalto, a sveltire quelle di autorizzazione, di pagamento, a snellire gradualmente il numero sproporzionato dei pubblici dipendenti, a poter licenziare o trasferire in base a criteri meritocratici ai quali affidarsi anche per gli avanzamenti di carriera, ad introdurre sistemi di rotazione, soprattutto per gli incarichi più delicati (quelli di responsabilità e di reale potere), ad implementare procedure che permettano un reciproco controllo sui poteri di firma decisivi: tutto questo non è stato fatto e il sistema continua, avvinghiato su se stesso, ad alimentare le condotte illecite di coloro che cercano favori e scorciatoie, sia per sopravvivere, sia per arricchirsi.



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