BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

DDL CORRUZIONE/ Una "riforma" figlia di Tangentopoli (e dei pm)

Montecitorio (Infophoto) Montecitorio (Infophoto)

Certamente intervenire a questo livello è molto più faticoso, i risultati sono diluiti nel lungo periodo ed è politicamente impopolare: licenziare un disegno di legge che inasprisce le pene per la corruzione, in un momento in cui da mesi quasi ogni giorno emerge una nuova indagine che ipotizza corruzioni di politici e pubblici funzionari da parte di imprenditori e cooperative, è politicamente molto più efficace e illude i cittadini di risolvere il problema.

Temo, però, che non sia sufficiente: l'innalzamento delle pene è certamente un segnale e indica una strada, ma se non si interviene sul sistema in senso preventivo, la sensazione è che tutto si riduca ad un'ottima strategia di propaganda politica, di corto respiro.

Purtroppo questa modalità di legiferare, sull'onda dell'emergenza dettata dal comune sentire dell'opinione pubblica, è caratteristica degli ultimi decenni e va a discapito di una visione d'insieme che sola può combattere un fenomeno così complesso come quello di cui si discute: un altro esempio è relativo al citato problema della prescrizione.

Non ha senso proporre di aumentare della metà il periodo necessario a prescrivere il reato di corruzione: con la nuova formulazione il delitto si prescrive complessivamente in 12 anni e 6 mesi. Pensare che più di dodici anni non sia un tempo sufficiente per definire un processo, significa essere rassegnati a vivere in un sistema processuale di denegata giustizia, sia per gli imputati, sia per le vittime dei reati, sia per la collettività: bisogna, pertanto, intervenire sugli aspetti processuali che permettano una maggiore celerità dei processi e vi sono ampi spazi di intervento, nella fase delle indagini (la fase in cui, statisticamente, si consuma il maggior numero di prescrizioni…), dell'udienza preliminare e degli altri gradi di giudizio; per non parlare dell'obbligatorietà dell'azione penale, sulla quale sarebbe necessaria una seria riflessione circa la sua adeguatezza ad una democrazia moderna.

Diverso è il discorso per il falso in bilancio: la norma necessitava di essere riformata, perché la condotta godeva di una sorta di impunità di fatto ed essendo uno dei sistemi idonei a creare la "provvista" da parte delle aziende a fini corruttivi (ma non solo), la sua riforma è coerente con la logica di contrasto al fenomeno corruttivo. Inoltre la condotta, oltre ad essere illecita in sé, è prodromica anche ad altre tipologie di reato, quali il riciclaggio o la bancarotta, pertanto era auspicabile che tornasse ad essere punita in modo adeguato.

L'unica critica che ritengo di muovere è che alcune formulazioni, quali la "lieve entità" (come attenuante del reato per le società non quotate), o la "tenuità del fatto" come causa di non punibilità, sono molto generiche e si prestano ad un'ampiezza di discrezione del magistrato giudicante che mal si concilia con la necessità di certezza del diritto che tutti, soprattutto i piccoli e medi imprenditori, avvertiamo: sul punto, però, si potrà rimediare nel passaggio alla Camera, cercando di definire meglio queste situazioni.