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Politica

INCHIESTA/ Crisi greca in salsa siciliana: le colpe di Roma (e di Crocetta)

Rosario Crocetta (Infophoto)Rosario Crocetta (Infophoto)

Nell'aprile del 2014 fu nominato un altro tecnico, il siciliano Roberto Agnello, che rimase fino all'ottobre, per cedere poi il testimone all'attuale assessore, Alessandro Baccei, toscano come Renzi, da oltre quindici anni in Ernst & Young. Era l'inizio del novembre 2015 e già si comprese che il buco di bilancio ipotizzato fosse di almeno tre miliardi di euro e che non poteva essere colmato con nessuna forma di risparmio a carico dei siciliani.

Baccei si mise all'opera non solo per tagliare le spese, ma soprattutto per trovare col Governo centrale una modalità di rientro dei conti pubblici in grado di tirar fuori la Sicilia dalla palude e dal rischio "default". Cosa poteva "offrire" la Sicilia in cambio? La tanta vituperata Autonomia. Per molti, soprattutto oltre lo stretto, essa era ed è la causa di tutti i mali dell'isola: in circa 70 anni avrebbe dovuto garantirne lo sviluppo, ma nei fatti, secondo gli stessi, ne ha causato il tracollo.

Ed a questo punto che scese in campo il premier Renzi, di cui è ben noto il "fastidio" per le autonomie locali, oltre che per i corpi intermedi, la carta stampata, e la conoscenza delle regole amministrative del Governo della nazione. Il valore costituzionale dello Statuto siciliano non consentiva un impegno diretto per la sua modifica: avrebbe richiesto tempi biblici e provocato contrasti e dissensi in vari settori. Meglio svuotare l'Autonomia dei suoi contenuti più decisivi, quelli economici. In sintesi ecco ridisegnata la strategia della formazione in campo: Crocetta a Palazzo d'Orleans a baloccarsi con le denunce ai mafiosi di ogni risma, soprattutto quelli che allignano negli uffici pubblici, e Baccei, in via Notarbartolo, sede dell'Assessorato all'Economia, per governare i conti della Regione in accordo con Roma.

Un assist formidabile gli era stato lanciato dallo stesso Crocetta il 5 giugno del 2014 quando sottoscrisse un accordo con il ministero dell'Economia in cui la Regione Siciliana si impegnava a ritirare "tutti i ricorsi contro lo Stato pendenti dinnanzi alle diverse giurisdizioni relativi alle impugnative di leggi in materia di finanza pubblica promossi prima del presente accordo, o comunque di rinunciare per gli anni 20014-2017 agli effetti positivi sia in termini di saldo netto da finanziare che in termini di indebitamento netto che dovessero derivare da eventuali pronunce di accoglimento". I contenziosi infatti riguardavano, nella maggior parte dei casi, imposizioni tributarie o prelievi di risorse che presentavano profili di illegittimità. Ebbene, Crocetta si impegnò, a prescindere dal giudizio dei giudici della Corte costituzionale, a rinunciare a quanto sarebbe spettato alla Sicilia e ai siciliani. Le stime parlavano in quei giorni di almeno 4 miliardi euro. Una testata locale sentenziò: "La Sicilia è in vendita, … anzi in svendita". Baccei la settimana scorsa nel corso del dibattito in aula sul Bilancio ha anticipato che ci sono margini per rivedere l'accordo, ma si vedrà dopo.

Pochi compresero la gravità dell'avvenimento, ma tutto fu più chiaro poco dopo quando la Consulta nell'aprile di quest'anno diede ragione all'Isola: lo Stato aveva prelevato illegittimamente 235 milioni di euro l'anno dal 2012 in poi. Ma il presidente Crocetta a quei soldi aveva già rinunciato, in cambio di una liquidità di cassa che ben presto si era esaurita nel buco nero dei conti siciliani. 

Mancava ancora un tassello, quello relativo al Commissario dello Stato, figura prevista dallo Statuto siciliano con il compito di verificare la congruenza di ogni legge approvata dalla Sicilia con le norme nazionali. Tale figura, molto contestata e vituperata, era stata interpretata nel corso degli anni come una norma di favore nei confronti della Sicilia. Ma nel novembre del 2014, con una decisione storica, la Corte costituzionale aveva tolto le funzioni di controllo preventivo da parte di questo organismo dello Stato nei confronti del Parlamento regionale. Da quel momento, quindi, il controllo sulle norme dell'Ars è successivo alla loro emanazione, come avviene per le altre regioni; sulle norme dell'Ars potrà ricorrere alla Corte costituzionale soltanto il Governo nazionale.