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ELEZIONI REGIONALI 2015/ 6-1, 4-3, 7-0: decide l'Ohio di Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Del resto, le insidie maggiori a Renzi vengono proprio dall'interno del suo partito,vista la pochezza degli avversari in campo. Berlusconi, ad esempio, sembra condannato a registrare una débâcle  clamorosa quasi ovunque, che solo una fortunosa vittoria di Toti potrebbe mitigare. E dopo il voto regionale dovrà fare i conti con un Salvini pronto — numeri alla mano — a rivendicare la guida del centrodestra, con buona pace dei brontolamenti di Alfano, Cesa, Casini, e dello stesso Berlusconi. 

Renzi giudica Salvini il miglior avversario possibile, perché troppo estremista, e conta di poter concentrare le energie sulla battaglia interna, che intende vincere definitivamente. Per farlo non ha avuto scrupoli a utilizzare il rimborso parziale degli arretrati ai pensionati allo stesso modo in cui dodici mesi fa fece con gli 80 euro. La differenza sta nel fatto che stavolta quanto verrà restituito è solo una minima parte del mancato versamento da parte dello Stato, quindi il "bonus Poletti" potrebbe rivelarsi addirittura un boomerang.

Per un politico abituato a giocare con spregiudicatezza su più tavoli questa scarsa efficacia di una sconfitta (davanti alla Corte costituzionale) trasformata in strumento di consenso costituisce una possibilità inattesa. In queste ore a Palazzo Chigi si vagliano tutti gli scenari possibili per il dopo voto. Un solo scenario è escluso per davvero, il ritorno al gioco di sponda con Silvio Berlusconi. In tv, ospite di Fabio Fazio, è stato lo stesso leader di Forza Italia a escluderlo, spiegando che il "patto del Nazareno" era un metodo ed è stato archiviato per sempre. 

A Renzi non resta che fare un forcing sui verdiniani per frantumare quel che resta di Forza Italia e accelerare la dissoluzione del partito azzurro, che sembra una polveriera sul punto di esplodere. In quell'area politica potrebbe nascondersi il pugno di voti utile per sottrarsi alle bizze della minoranza interna, soprattutto al Senato, dove i numeri del governo sono molto più ballerini che alla Camera.



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