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Politica

SPILLO/ Ma il congedo di Bassanini resta congelato in Cdm

Il Consiglio dei ministri delibera sul congedo parentale ma non affronta l'atteso esonero di Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini dal vertice Cdp. GIANNI CREDIT

Giuseppe Guzzetti (Infophoto)Giuseppe Guzzetti (Infophoto)

C'era un congedo atteso dal Consiglio dei ministri di oggi, ben diverso da quello "parentale" citato nel comunicato serale di Palazzo Chigi: quello di Franco Bassanini da presidente della Cassa depositi e prestiti. Può darsi che le stesse antenne che nel fine settimana scorso lo avevano preannunciato come cosa fatta filtrino quale indiscrezione utile: "Se n'è discusso, etc". La realtà cambierebbe poco: il grande rilancio immaginato dal governo Renzi dopo l'insuccesso elettorale non sta partendo con il piede giusto.

Niente "effetto Putin" (salvo che per il presidente russo, l'altro ieri fra Milano e Roma). Strana melina sul doppio salto mortale della staffetta generazionale ("più cinquantenni in pensione subito/più ventenni occupati subito"): dopo i dubbi del presidente dell'Inps, Tito Boeri, anche il ministro Giuliano Poletti ha cominciato a frenare prima ancora del summit da lui convocato per lunedì con le parti sociali. Niente "super-piano banda larga", mentre il Ceo (italiano) di Vodafone, Vittorio Colao, sulla Repubblica di Carlo De Benedetti ha gettato macigni nell'acqua stagnante del riassetto di Telecom e dell'intero settore tlc&media in Italia. Soprattutto: niente ribaltone alla Cassa depositi e prestiti, l'unico luogo nel Paese dove le famiglie fanno affluire il loro risparmio (attraverso le Poste); l'unica istituzione finanziaria del Paese ancora capace di mosse capitalistiche, per quanto sia controllata da Tesoro e Fondazioni bancarie.

Renzi può non aver torto - in teoria - a rivendicarne il controllo e quindi la possibilità di rimuoverne i vertici (oltre a Bassanini anche l'amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini) anche non sotto scadenza. Peccato che gli accordi di parziale "privatizzazione" della Cdp - ormai vecchi di una decina d'anni - prevedano che il presidente sia indicato dai soci di minoranza: cioè le Fondazioni dell'Acri, presieduta da Giuseppe Guzzetti. Un avvocato di professione, una lunga esperienza politica in Regione Lombardia e poi in Senato. Infine un leader delle Fondazioni, capace di ribaltare in due anni - ricorso dopo ricorso, sentenza dopo sentenza, fino a quella Corte costituzionale recentemente fatale per Renzi - un blitz dell'allora ministro Giulio Tremonti, paragonabile a quello del governo in carica sulle Popolari.

Nel 2004, oltre 60 delle 88 Fondazioni dell'Acri investirono un miliardo nella "nuova Cdp" siglando la pace con Tremonti: e quella co-gestione (proseguita da Tommaso Padoa-Schioppa e poi da Mario Monti) qualche sviluppo lo ha avuto. Nel 2015 Renzi pretende di espropriare le Fondazioni informandole via stampa, violando accordi scritti e minacciandole di un blitz "alla Tremonti" due mesi dopo che Guzzetti ha sottoscritto con il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, un "atto negoziale" di progressiva autoriforma degli Enti. E fra una settimana, a Lucca, il XX Congresso dell'Acri rischia di diventare un inopinato foro di "resistenza".