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SCENARIO/ Renzi, 15 giorni di vita per sopravvivere all'Europa

Pubblicazione:lunedì 15 giugno 2015

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Se Matteo Renzi pensava che l'Europa fosse disposta a cavargli le castagne dal fuoco dell'immigrazione, ha sbagliato i suoi calcoli. Mille miglia lontana dalle origini e dalla visioni dei fondatori Adenauer, Schumann e De Gasperi, l'odierna Unione vede prevalere gli egoismi nazionali su ogni dossier, dalla crisi economica (Grecia docet) all'emergenza emigrazione.

Tutto questo, a meno che non si disponga di un'efficace politica europea, la capacità di rendere i propri problemi problemi dei 28 partner. Un peso politico e uno spessore che il premier britannico Cameron ha dimostrato di avere (con l'annuncio del referendum sull'adesione inglese all'Europa unita), e Renzi no. Anche la scelta di puntare tutte le fiches italiane sul ruolo di alto rappresentante della politica estera dell'Unione, un anno fa, si è rivelata fallimentare. Oggi non solo l'Italia è lontana da tutti i principali dossier economici (per fortuna che Draghi c'è), ma è anche completamente isolata da punto di vista della gestione dell'emergenza profughi. E il ruolo di Federica Mogherini brilla per la sua assoluta irrilevanza.

Ribaltare un simile tavolo non sarà affatto facile, anche se il governo italiano dovrà fare di tutto per riuscirvi. Ci sono due settimane per tentare, costellate di incontri diplomatici bilaterali (con Cameron e Hollande sono in agenda incontri a Expo) e di tavoli europei, dal consiglio dei ministri dell'Interno al vertice dei capi di Stato e di governo di fine mese. Al momento però non esiste una sola ragione perché il fronte del nord debba cedere alle pressioni italiane. Renzi minaccia un piano B "che sarebbe una ferita anzitutto per l'Europa", ma che al momento non spaventa le cancellerie dei partners comunitari. 

Anzitutto bisogna avere il coraggio di passare dalle parole ai fatti, e il governo italiano questo coraggio deve ancora trovarlo e dimostrarlo. Ci sarebbe da denunciare un regolamento comunitario cui l'Italia non si oppose nel 2003, quello di Dublino, che impone l'identificazione e la presentazione delle domande di asilo nel primo paese comunitario di approdo. Formalmente, quindi, l'Italia ha torto e i paesi del Nord ragione. Così va letta la linea dura della gendarmeria francese schierata sul confine ligure. Gli alleati scarseggiano, e sulla Grecia — in prima linea come noi in mezzo al Mediterraneo — non si può certo far conto. 

Per chiedere una revisione urgente e radicale del regolamento di Dublino l'Italia deve dimostrare di sapere fare argine, dovrebbe puntare risolutamente sui rimpatri di migranti economici illegali. Dovrebbe cominciare almeno contando sulle proprie forze — ma per farlo servono uomini e risorse economiche — e soprattutto su accordi bilaterali coi i paesi d'origine, che si devono riprendere i propri cittadini senza frapporre ostacoli.


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