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Politica

CASO MARINO/ Scotto (Sel): ecco l'imbroglio del "metodo Renzi"

Per ARTURO SCOTTO (Sel) Renzi non può limitarsi a fare il commentatore su Mafia capitale come se fosse un estraneo, derubricandola a una mera questione di carattere amministrativo

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

“Quanto sta avvenendo a Roma è legato innanzitutto ai problemi dell’attuale governo. Per questo Renzi non può limitarsi a fare il commentatore su Mafia capitale come se fosse un estraneo. Trovo davvero provinciale l’idea che l’intera vicenda sia da derubricare a una mera questione di carattere amministrativo”. E’ l’affondo di Arturo Scotto, capogruppo di Sel alla Camera dei deputati. Anche ieri il presidente del Consiglio è tornato a farsi sentire con un’altra delle sue veline affidate ai quotidiani più vicini al governo. Uno in particolare riportava la frase “Marino non è in grado di proseguire”, che sarebbe stata pronunciata dal segretario del Pd in presenza dei suoi fedelissimi. Resta il fatto che una presa di posizione ufficiale di Renzi sul caso Mafia capitale e sull’opportunità o meno delle dimissioni di Marino ancora non c’è.

Renzi ha chiesto implicitamente a Marino di dimettersi. E’ la scelta giusta?

Il premier lo deve dire in maniera esplicita e non deve scaricare su Marino le sue incertezze rispetto a una situazione che ci è largamente incancrenita.

Secondo lei è giusto che il sindaco rinunci al suo incarico?

Il tema è mal posto, perché il punto è se ci sono le condizioni di una svolta. Questo lo deve valutare Marino insieme ai partiti della sua maggioranza.

Quale immagine di Pd emerge dal caso Mafia capitale?

Il problema non è il Pd ma la missione della città di Roma. E’ come questa città può interpretare la nuova fase e uscire dalla vergogna delle inchieste sulla mafia. Nonché quale missione si dà l’amministrazione Marino e quale funzione deve avere questo passaggio. Sul Pd poi si vedrà.

La questione morale non coinvolge solo il Pd ma l’intera classe politica italiana?

Non c’è dubbio. Con Mafia capitale è emersa una questione morale che attraversa trasversalmente molti settori dei partiti e della classe dirigente, e che in qualche modo determina un ulteriore distacco dalla politica di una larghissima fascia di cittadini. L’abbiamo visto anche alle elezioni amministrative, con l’esplosione del fenomeno dell’astensionismo che ormai è diventato un dato strutturale. Quest’ultimo ci consegna la cartolina strappata di un Paese dove le classi dirigenti o sono ininfluenti e che non contano nulla, oppure hanno relazioni strette con una parte del mondo dell’impresa, talvolta dipendente dalle commessa pubbliche.

Di che cosa c’è bisogno?

C’è bisogno di un’autoriforma della politica. Quest’ultima non deve prendere i finanziamenti da quelle aziende che partecipano alle gare pubbliche e che hanno appalti dalla pubblica amministrazione. Basterebbe questo per recidere nettamente i rischi di corruzione e di collusione.

Quelli di Roma sono solo problemi locali o veri e propri problemi di governo?