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Politica

CAOS SENATO/ Voto o scissione, il piano di Renzi per battere la minoranza

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

Sulla carta, quindi, mai come in questo momento Renzi è vicino alla crisi di governo. Fra il dire e il fare, però, c'è di mezzo il mare. Ha un bel dire Roberto Speranza (uno dei più accreditati per il ruolo di capo della fronda interna) che tocca al premier-segretario tenere unito il Pd. E' tutta da dimostrare infatti la volontà di arrivare sino in fondo, costi quel che costi, anche a prezzo di rendersi responsabili di una crisi di governo.

Sulla scarsità di coraggio dei suoi contestatori interni Renzi ci ha marciato e intende marciarci anche in futuro. Un manipolo di quelli che volevano andarsene lo ha già fatto (Fassina in testa), e l'unico effetto concreto è stato perdere la Liguria a causa di Pastorino. Il grosso è rimasto. Mugugna, ma non sembra intenzionato a muoversi. Un immobilismo frutto un po' dalla convinzione di poter riprendersi il partito, un po' dalla paura del vuoto, di quel che può accadere al di fuori del Pd. In più, nella galassia degli oppositori ci sono troppi galli a cantare. Molti colonnelli e pochi generali, e un'assenza totale di un piano alternativo da contrapporre allo strapotere del premier-segretario.

Tutte queste considerazioni sono perfettamente chiare e presenti a Renzi, che è molto più tranquillo dei suoi fedelissimi. La sua convinzione è di essere di fronte a una sfida win-win. Tanto se si arriverà alla scissione, quanto se la fronda chinerà il capo lui ne uscirà da vincitore.

Se sarà spaccatura, chi ne sarà responsabile non avrà alcun futuro politico, dal momento che sarà automaticamente fuori dal partito. Il che vuol dire fuori dal parlamento se si arriverà a uno show down elettorale: tutti gli oppositori saranno automaticamente fuori dalle liste per avere disatteso le indicazioni del partito. E un nuovo contenitore non è pronto ad accogliere i responsabili della rottura, essendo troppi i cantieri alternativi al Pd renziano. Il prezzo da pagare sarà alto, ma non condannerebbe certo Renzi a dover passare la mano, e uscire di scena. Neppure se si dovesse votare con il Consultellum e se dopo il voto fosse necessario un governo con Berlusconi. Le responsabilità, agli occhi della propaganda renziana, ricadrebbero interamente sui congiurati responsabili di aver pugnalato il premier-segretario.

Se poi le paure dovessero prevalere, la vittoria di Renzi sarebbe completa, e la fronda condannata alla marginalità. Ecco perché durante le vacanze i sonni del presidente del Consiglio non si preannunciano affatto agitati.

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