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CAOS RIFORME/ Cassese: la politica ha fallito? Ci siamo noi giudici...

Pubblicazione:martedì 25 agosto 2015

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La politica non sa guardare lontano? Possiamo stare tranquilli, perché qualcun altro lo fa al suo posto. Oggi al Meeting di Rimini è la prima volta di Sabino Cassese, giurista di fama internazionale e giudice della Consulta dal 2005 al 2014. E' in questa veste che Cassese partecipa all'incontro-dibattito dal titolo "Cosa significa fare il giudice costituzionale?", con Marta Cartabia, vicepresidente della Consulta, e Joseph Weiler, presidente dell'Istituto Universitario Europeo. 

Cosa fa la Corte costituzionale, professore?
Suo compito fondamentale è quello di essere garante delle libertà costituzionali contro le maggioranze di passaggio, come dicevano negli anni Venti del secolo scorso Duguit e Hauriou. Fa questo la Corte: assicura qualcosa che deve rimanere stabile nei confronti di ciò che passa.

Che cosa esattamente "passa"?
Le maggioranze parlamentari, che hanno orizzonti brevi. Invece la Corte, i "saggi" che la compongono, sono chiamati a garantire libertà che hanno un orizzonte più lungo.

La Consulta è sempre sotto i riflettori, le sue sentenze sono controverse, i politici l'accusano di fare interessi di parte. Com'è invece l'Italia vista dalla Corte costituzionale?
Appare come un mondo di passioni che si contrappone a un mondo di ragione. Di fronte a questo stato di cose, compito della Corte è ridurre a ragione questo mondo di passioni.

Non dovrebbe essere la politica a mediare tra ragione e passioni?
Purtroppo non riesce a farlo. E così lo deve fare qualcun altro.

Sul sussidiario Luciano Violante ha rilevato che oggi la politica soffre di una sindrome di non decisione, come se essa avesse delegato la sua azione regolatoria a terzi soggetti, tra questi la Corte costituzionale. E così secondo lei o no?
Guardi, io ho l'impressione che oggi la politica sia priva di forti passioni, e si accontenti solo delle piccole. Tocqueville parlava nell'800 della passion des places, la fame di posti. Mi sembra una definizione che calza benissimo all'Italia. Una delle cose che ho più lamentato nei miei nove anni di Corte costituzionale è proprio questo, il terribile abuso, tipico delle regioni meridionali, nel sistemar persone facendo a meno dei concorsi. I concorsi vogliono dire accesso aperto a tutti, rispetto degli altri, del merito, dell'eguaglianza. Questi sono i valori che dovrebbero fare da guida. Se la politica non riesce a farlo, certamente si auto-riduce e pone un freno a se stessa.

Da quando secondo lei siamo così?
Certamente le cose non stavano in questi termini quando c'era quel grande fervore di idee e di idealità che ha segnato l'immediato dopoguerra. Allora pensavamo in grande, era l'aspirazione a un vero rinascimento. 

E dopo che cos'è cambiato?


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