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DIETRO LE QUINTE/ L’"ultimatum" di Mattarella a Renzi

Pubblicazione:martedì 15 settembre 2015

Pietro Grasso con Sergio Mattarella (Infophoto) Pietro Grasso con Sergio Mattarella (Infophoto)

In certi momenti Matteo Renzi fa venire in mente il Grande Timoniere. "Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente", diceva il leader della Rivoluzione cinese. E quella massima, adatta a tempi di grandi rivolgimenti, sembra attagliarsi alla perfezione al momento politico. 

Il tempo dei rinvii è finito, il momento del redde rationem è finito, ma nessuno sa se il premier abbia o no i numeri per far passare la riforma costituzionale targata Boschi e continuare la sua lunga marcia verso l'egemonia sulla politica italiana. Forse nemmeno lui ha certezze sui numeri, e forse proprio per questo il suo atteggiamento è diventato a prima vista sempre più sfidante, mentre i suoi colonnelli controllano freneticamente i numeri.

Sin qui, però, Renzi si è preso tutto il tempo possibile, rinviando al massimo il momento in cui la Commissione affari costituzionali del Senato dovrà cominciare a esaminare gli emendamenti. Quel momento è però arrivato, anche se vi potrebbe essere un ulteriore rinvio con la giustificazione della mole abnorme di proposte di modifica presentate da Calderoli, oltre mezzo milione. Troppo per rispettare la data limite, fissata al 15 ottobre. A grandi passi avanza l'ipotesi di andare in aula senza relatore, senza avere nemmeno cominciato l'esame di quell'Everest di emendamenti. E lì, grazie alla regola del "canguro", che elimina gli emendamenti quasi identici, la stragrande maggioranza delle proposte di modifica potrà essere dichiarata inammissibile, e quindi lasciata cadere. 

Nell'applicazione del "canguro" Pietro Grasso si è rivelato un maestro già in occasione del primo passaggio della riforma al Senato, fra il luglio e l'agosto 2014. In aula, però, Grasso dovrà finalmente prendere posizione sul nodo più controverso, l'emendabilità dell'articolo 2, che contiene i nuovi criteri di nomina dell'assemblea di Palazzo Madama, punto contestato tanto dalla minoranza dem, quanto da tutte le opposizioni, che invocano l'elezione diretta dei futuri senatori. Per Renzi, però, questo è un punto dirimente, intoccabile. "E' un problema di Grasso", ha scandito il premier in tv, premendo con forza sulla seconda carica dello Stato. 

Il diretto interessato ha già fatto sapere che c'è una contraddizione da correggere, frutto di una svista della Camera, così da impedire che i sindaci (uno per ciascuna regione) rimangano in carica anche se cessati dal loro mandato di primo cittadino. Quel codicillo da modificare sta proprio nell'articolo 2. Ma se si apre quel vaso di Pandora, rischia di saltare tutto.

Le preoccupazioni per Renzi negli ultimi giorni sembrano però venire più da Area Popolare che dalla minoranza dem, con cui una trattativa alla ricerca di "modifiche chirurgiche" (copyright Giorgio Tonini) per salvare capra e cavoli non si sono mai interrotte. L'ala moderata della coalizione non è mai stata tanto in subbuglio. E' sin troppo evidente che in molti sentono franare la terra sotto i piedi. 


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