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DIETRO LE QUINTE/ Quella "velina" di Mattarella contro il metodo Renzi

Sergio Mattarella (Infophoto) Sergio Mattarella (Infophoto)

Mattarella vorrebbe altro, vorrebbe più dialogo fra maggioranza e opposizione, anche se riconosce il diritto della maggioranza di decidere. Ma l'errore delle modifiche costituzionali passate per un pugno di voti è già stato fatto dal centrosinistra nel 2001, e dal centrodestra nel 2005. Giustificano solo una ulteriore forzatura, quando i rapporti di forza dovessero ribaltarsi. Il centrodestra (o i 5 Stelle), una volta sloggiato Renzi da Palazzo Chigi, avrebbero tutte le ragioni a procedere a una nuova revisione della Costituzione a stretta maggioranza. Chi la fa, l'aspetti, insomma. Il Pd è avvisato.

Prima del discorso di Milano Mattarella aveva osservato sulle riforme un rigoroso silenzio, dispiegando la sua arma preferita, la moral suasion, l'intervento preventivo, discreto e dietro le quinte. In altri campi l'arma ha funzionato, su questo non a sufficienza, non quanto Mattarella avrebbe voluto. Ha funzionato, ad esempio inducendo il governo a ridurre drasticamente il ricorso ai decreti legge, evitando tra l'altro provvedimenti d'urgenza su materie delicate come la Rai o la riforma della scuola, su cui appellarsi all'urgenza era molto discutibile. Anche il ricorso alla questione di fiducia in parlamento ha visto una sensibile frenata. 

Facile prevedere che la moral suasion del Quirinale aumenterà nelle prossime settimane, specie nei confronti del premier. E forse negli interventi pubblici qualcosa trapelerà. Chi lo descrive come silente, affibbiandogli nomignoli velenosi come "mummia sicula", sbaglia bersaglio. Mattarella deve a Renzi la sua ascesa alla presidenza della Repubblica, ma non per questo potrà fargli sconti. La sua storia di uomo di stato, di giudice costituzionale e di professore di diritto parlamentare lo mette nella migliore condizione per giudicare quando sarà il momento di intervenire per richiamare governo e maggioranza a un diverso comportamento. Se qualcosa dovesse andare storto, magari su un voto segreto concesso in Senato dal presidente Grasso, nessuno a Palazzo Chigi potrebbe dire di non essere stato avvisato.

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