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SPILLO/ La "conversione" della sinistra che fa felice la finanza

Pubblicazione:domenica 27 settembre 2015

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In un periodo di studi storici approssimativi, si può pensare che il cosiddetto "Welfare State", che oggi l'Unione europea vuole smantellare o quanto meno ridimensionare, sia il frutto delle politiche e delle lotte sociali della sinistra. In realtà, il nocciolo storico di tutta la vicenda è più complicato, più complesso. Lo Stato sociale europeo esce da un intreccio di culture e di visioni ideologiche molto differenti tra loro, da un intreccio che è doveroso ricostruire alla luce di quanto sta avvenendo in questi tempi avventurati.

L'inventore, il fondatore del "Welfare State" è niente meno che un nobile inglese, Lord William Henry Beveridge, un liberale che redasse un rapporto nel 1942 per il governo guidato dal conservatore Winston Churchill. Sia Churchill che Beveridge erano due accorti politici che temevano l'influenza del comunismo e dell'Unione Sovietica una volta che la guerra fosse finita. Quel rapporto aveva come titolo "Social Insurance and Allied Service" e prevedeva robuste forme di protezione sociale.

Nel 1944, Beveridge, sempre in accordo con Churchill, redasse un altro rapporto che prevedeva un piano per favorire l'occupazione e una più equa distribuzione del reddito. Sia Beveridge che Churchill avevano vissuto la crisi del 1929, avevano temuto la paura del crollo del capitalismo (perché questo si temeva), avevano visto lo sviluppo impetuoso del comunismo e l'affermarsi delle ideologie totalitarie di destra. Nello stesso tempo avevano compreso l'impreparazione e l'incapacità di molti esponenti liberisti.

Negli Stati Uniti la battaglia contro la politica del presidente Franklin Delano Roosevelt fu contrastata duramente dai liberisti neoclassici. C'erano anche le "macchiette", come il banchiere Morgan, che aveva proibito a parenti e domestici di pronunciare il nome Roosevelt perché gli "si alzava la pressione sanguigna".

In definitiva, nel corso di un secolo, molti uomini di stato e molti economisti hanno cercato di spiegare che il "capitalismo va salvato dai capitalisti", oppure come ha scritto recentemente l'ex ministro americano Robert Reich "il capitalismo è minacciato dai capitalismo", per i monopoli che crea, per lo strapotere di grandi gruppi che snaturano lo spirito della libera iniziativa, per l'avidità, per i marchingegni finanziari che sostituiscono i processi di accumulazione e stagnazione dei cicli economici.

Il problema alla fine rimane sempre di natura politica. Ma qui arrivano le dolenti note. Al posto di contrastare l'avida ottusità di molti capitalisti e speculatori, oggi i politici sembrano pronti ad accarezzare il "pelo" alla acrobazie della finanza creativa, a scapito della stessa difesa della democrazia. Ai primi di settembre del 2012, ad esempio, la cancelliera Angela Merkel, ha detto al Parlamento tedesco: "Noi viviamo certo in una democrazia, una democrazia parlamentare, perciò la legge di bilancio è un diritto centrale del Parlamento. Comunque troveremo le strade, nel quadro esistente della collaborazione parlamentare, per far sì che ciò nonostante sia conforme al mercato". In tedesco si dice Marckekonform.


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