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ACCORDO SENATO/ Pasquino: una riforma che prepara il "tutti contro tutti"

Pubblicazione:martedì 29 settembre 2015

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La riforma eleva a 800mila il numero delle firme necessarie a chiedere il referendum. Sarebbe stato legittimo aspettarsi un contrappeso, in base a cui il quorum non si calcolava più sulla base degli aventi diritto bensì sul numero dei votanti alle elezioni politiche più recenti.

 

Come vede la moral suasion di Mattarella per trovare una maggioranza più ampia sulle riforme?

Da parte di Mattarella, come pure di Napolitano, mi sarei aspettato che facessero notare una cosa: cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica in una camera delle regioni non c’entrano nulla. Qui non è un problema di moral suasion ma di institutional reasoning, cioè di ragionamento istituzionale. Non conta però l’ampiezza della maggioranza che approva la riforma costituzionale, quanto piuttosto il contenuto che in ogni caso rimane di basso livello.

 

Sappiamo che lei ha conosciuto direttamente Pietro Ingrao, l’ex presidente della Camera morto domenica. Lei come lo ricorda?

Le idee di Ingrao sono state identificate con una posizione movimentista della politica. Ciò è vero solo in parte, perché Ingrao ha poi creato il Centro per la Riforma dello Stato, che pubblica ancora oggi la rivista Democrazia e diritto. Io stesso sono stato cooptato in quella rivista agli inizi degli anni ’80. E a proposito di riforme, Ingrao era favorevole al monocameralismo, che è una cosa molto diversa da un bicameralismo differenziato. Nel monocameralismo la sovranità popolare è espressa da una sola camera, che a quel deve essere eletta con un sistema elettorale apposito.

 

Quale eredità lascia Ingrao al nostro Paese?

Le posizioni di Ingrao sono sempre state minoritarie, tanto nel Paese quanto nel partito, ma erano posizioni che coglievano dei punti anche rilevanti. Il suo vero obiettivo era porsi come contropotere, e Ingrao stesso quando arrivava vicino al potere si ritraeva. Dopo essere stato per tre anni presidente della Camera, decise che non voleva più farlo perché si sentiva limitato nella sua capacità di espressione e di azione politica.

 

(Pietro Vernizzi)



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