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IL CASO/ La vera "questione morale"? Le amnesie di Renzi su banche e finanza

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

L'ex sindaco di Firenze, seppure incagliato nella "questione bancaria" di truffe ai risparmiatori, sebbene per la prima volta in difficoltà nell'ultima conferenza stampa del 29 dicembre, non ha mai sollevato alcuna obiezione contro questo sistema finanziario mondiale. E sembra comunque sicuro, al punto di non rendersi conto che alcune sue mosse, soprattutto sul piano istituzionale (quelle a cui è più affezionato), appaiono inquietanti.

Renzi ad esempio ostenta sicurezza sul sistema bancario italiano, sostenendo che "ci sono troppe banche piccole", ma non rendendosi neppure conto che ormai le grandi concentrazioni bancarie degli anni scorsi non hanno prodotto i risultati sperati e che queste stesse banche hanno ormai azionisti di riferimento che sono stranieri.

Forse le banche possono rappresentare l'ultimo atto di "svendita" del sistema Italia. E Renzi potrebbe quindi continuare la storia di questi anni. Il resto del sistema Italia è infatti già stato svenduto da tecnici "incapaci" a partire dal 1992, l'anno della "scelta morale" guidata dall'illuminata magistratura (anche quella che andava a Pechino a vedere i processi della "rivoluzione culturale", oltre all'altra che ha vissuto tutte le stagioni). La svendita è servita soprattutto a ingrassare le banche d'affari anglosassoni, con un 5 percento di guadagno per il loro lavoro, sui più di 200mila miliardi di vecchie lire incassate dal Tesoro italiano per fare cassa in ogni modo. E le possibilità di svendita, banche a parte, continuano, in onore al libero mercato, che "si aggiusta sempre da solo", secondo la leggenda metropolitana che circola negli ambienti che contano.

In questi venti anni, successivi alla "scelta morale", alla scoperta della "questione morale", ci sono stati nove anni di governo Berlusconi, l'uomo che è diventato un "simbolo dei tempi, dove la politica non esiste più". Poi negli altri anni ci sono stati gli esponenti di centrosinistra: (s)venditori come Ciampi, Prodi, poco abili anche nel cambio valutario a livello europeo tra lira ed euro; poi ancora Massimo D'Alema, l'ex contestatore, l'ex ingraiano del Pci convertitosi alla finanza dei "capitani coraggiosi" che hanno incasinato Telecom, fino a consegnarla ai francesi dopo passaggi tortuosi, e che si è dimenticato di leggere un testo fondamentale di un grande giornalista, Marco Borsa, libero e non connivente con la svolta finanziaria. Il libro è dei primi anni Novanta, ma è ancora di grande attualità. Il titolo è Capitani di sventura, la storia di quegli imprenditori italiani che, invecchiando Enrico Cuccia e ribellandosi al realismo di Mediobanca, hanno contribuito a provocare il terremoto economico e istituzionale italiano.

Matteo Renzi in fondo è il prodotto, è il risultato finale di questo ultraventennale racconto di incapaci e sbiaditi esponenti della nuova élite politica italiana. Compresi Veltroni e i Rutelli che hanno perso, compresi i tecnici "estratti dal cappello" da Giorgio Napolitano.

Ci si chiede come Renzi, il segretario del Partito democratico, legga con sollievo le crescita dello 0 virgola. Come possa accontentarsi della crescita modestissima dell'occupazione. Come possa restare zitto di fronte a un sistema che ha portato a diseguaglianze mostruose, paragonabili al primo trentennio del 1800. Adriano Olivetti, nel 1950, sosteneva che se in un'azienda il capo guadagna dieci volte quello che guadagna un suo dipendente, c'è qualcosa che non funziona. Altri tempi. 


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