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IL CASO/ La vera "questione morale"? Le amnesie di Renzi su banche e finanza

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Grandi banchieri dicevano che non era sostenibile una differenza da uno a cinquanta. Negli anni Novanta, il rapporto era già diventato in media di 500 a uno. Oggi Marchionne guadagna 4mila volte quello che guadagna un suo dipendente. E nell'Italia della "questione morale" e della lotta alla corruzione e all'evasione, nessuno si è accorto che i rapporti interni a Mediobanca si sono ribaltati quando il delfino di Cuccia, Vincenzo Maranghi, si oppose alle stock-options e ai bonus, oltre che alla "cianfrusaglia" dei derivati e di altri prodotti da "malavita" affaristica finanziaria.

Lo sa Renzi come si è spostata e come si è concentrata la ricchezza in Italia? Li conosce i numeri dei nuovi poveri e delle famiglie in disagio economico e sociale? Al posto di andare in Europa a sceneggiare una contestazione a Angela Merkel sul salvataggio delle banche e sulla flessibilità dello 0,2 percento perché non alza i toni, come rappresentante del maggiore partito socialista d'Occidente, contro l'industria perversa del capitalismo finanziario? Al proposito ci sono diverse scuole di pensiero. Non lo fa perché non lo conosce, perché non vede la realtà o perché lo condivide?

Certamente, a questo proposito, ci sono aspetti inquietanti nella sua preoccupazione di concludere la riforma istituzionale. Innanzitutto sembra che la ponga al primo posto dei problemi italiani, ancora prima della disoccupazione, della mancanza di coesione sociale e della mancata crescita. Ma c'è poi il contenuto delle riforme, con un premio di maggioranza "monstre", con la riduzione degli spazi di decisione democratica che lasciano esterrefatti.

In due interviste rilasciate al sussidiario, un grande costituzionalista, il professor Alessandro Mangia, spiega forse meglio degli altri l'incapacità, la debolezza, la supponenza e l'appiattimento di questo governo e del suo leader. Sul controllo bancario Mangia dice: "Il fallimento del sistema di controllo è di natura storico-sistemica. E' il primo macroscopico fallimento, quello di Banca Etruria, di quella tecnocrazia a cui il paese è stato affidato nel 2011. Da allora abbiamo avuto tre governi di natura squisitamente tecnica che hanno ricevuto un'investitura più forte dall'esterno che dall'interno". In questo ultimo mese di agosto, Mangia era stato ancora più esplicito sulle riforme renziane e le aveva praticamente stroncate.

Diceva Mangia:"La verità è che non si dovrebbe fare nessuna riforma costituzionale, invece la si fa solo per esibirla davanti alla Commissione europea e dare un segnale di cambiamento ai mercati". E ancora: "Per poter dire che sappiamo fare le riforme e velocizzare i processi decisionali all'interno del Paese. Stiamo assistendo al perfetto aggiramento dei meccanismi tradizionali di legittimazione delle decisioni pubbliche".

Forse Mangia è troppo perentorio nel non voler alcuna riforma costituzionale, ma è sicuramente più convincente sul piano democratico dei ghirigori, delle acrobazie dialettiche dei Panebianco e dei Mieli (i guru di via Solferino) nella difesa "parziale" del cosiddetto Italicum.

Ma da tutto questo che cosa si ricava? Avevamo definito Renzi, l'anno scorso, come l'esportatore in Italia del Partito Rivoluzionario Istituzionale del Messico. Oggi, tutti parlano di "Partito della nazione". In fondo, è un dibattito che interessa poco. Quello che si nota, e conta, è che il nostro presidente del Consiglio non si ponga neppure l'intenzione di contrastare il meccanismo perverso di chi ha innescato la grande crisi e il sistema che la alimenta da anni.

Renzi potrà anche vincere il referendum istituzionale sulle riforme nell'ottobre del 2016. Potrà durare un decennio e passare alla storia come una sorta di "De Gaulle della Maremma". Ma non creerà nessuna nuova repubblica e soprattutto dovrà aspettare, se tutto va bene, almeno dieci anni per far ritornare l'Italia al rango, politico ed economico, che aveva nella prima repubblica. Oggi è solo un vassallo del sistema finanziario internazionale. Anche lui, come tanti altri.

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