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IL CASO/ La vera "questione morale"? Le amnesie di Renzi su banche e finanza

Renzi neppure non si pone l'intenzione di contrastare il meccanismo perverso di chi ha innescato la grande crisi e il sistema che la alimenta da anni. Perché? GIANLUIGI DA ROLD

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Considerando che la grande crisi finanziaria è esplosa negli Stati Uniti nel 2007, con quest'anno (2016) che è appena cominciato, saremmo entrati nel nono anno consecutivo di sostanziale stagnazione o prosecuzione della crisi, possiamo definirla come vogliamo. La "stagionata", ma sempre fascinosa francese Christine Lagarde ha dichiarato infatti che "La crescita globale sarà deludente e incostante. Anche le prospettive di crescita a medio termine dell'economia globale si sono indebolite".

Rispetto a quello che è accaduto negli anni precedenti non è proprio una grande novità. Ed è incredibile che madame Lagarde non si chieda il "vero perché" di questa crescita stentata, dato che lei è, appena, direttore generale del Fondo monetario internazionale (fa parte della cosiddetta troika, pronta al commissariamento di paesi in crisi) e quindi dovrebbe avere qualche competenza e magari analizzare questo sistema capitalistico mondiale che non cresce più, che si avvia a copiare la stagnazione cronica del Giappone (tre decenni di fila), ma soprattutto che ha creato diseguaglianze sociali, a livello mondiale e in singole nazioni, impensabili solo fino a venti fa.

Il tutto, in un contesto internazionale di cronica insicurezza a causa del terrorismo di derivazione islamica e di complessi assestamenti geopolitici, con un deficit internazionale palese di élites politiche, economiche, mediatiche e una lenta, ma continua crisi della grande democrazia occidentale.

Che magari qualcuno riuscirà, nei sogni "pentastellati", a migliorare (magari con la rete, dev'essere un altro mistero), ma pur restando piena di difetti, questa vecchia democrazia occidentale ha il peccato, come diceva sir Winston Churchill, "che non ci sia nulla di meglio in giro".

Da quando sono entrati in pista i nostalgici del "mercato che si aggiusta da solo" (roba da Ottocento rimbambito) e si sono rivestiti, in modo moderno, con casacche di neoliberismo individualista, liberalizzando o meglio deregolarizzando la finanza, si è imboccata una strada che non si sa più dove ci porta e che comunica un generale senso di insicurezza e di incertezza.

Se si osserva la storia di questi anni, a partire dall'inizio degli anni Novanta, con il ritorno della "banca universale", la scomparsa dello Steagal Glass Act e le privatizzazioni a raffica (quelle fatte soprattutto in Italia e all'italiana), si può osservare che ci si è infilati nel 2007 dei subprimes come in un appuntamento predestinato, previsto, per la verità, da grandi personaggi come Hyman Minsky, del tutto inascoltati e volutamente ignorati.

E' possibile che nessuno si accorga che la finanza si sia trasformata in una specie di industria, il cui prodotto finale è quello di produrre altri quattrini inseriti nei prodotti finanziari? La gamma dei nuovi prodotti finanziari sul mercato, con banche che ormai fanno di tutto, è talmente vasta che ha prodotto una specie di nuova moneta virtuale, stimata nove volte il Pil mondiale. Bisogna essere degli astrofisici per scrivere questi numeri.

Solamente nel 2010, una commissione del Congresso americano calcolava inoltre che la crisi dei subprime aveva creato "cartaccia" senza valore pari a più di 10 volte il Pil del mondo. Altri astrofisici da consultare.

Eppure dopo i "magnifici Trenta", gli anni che dal 1945 arrivano al 1975, gli anni della ricostruzione dell'Occidente, gli anni del bocconianamente deprecato keynesismo, si è andati lentamente verso un sistema finanziario mondiale che qualcuno, come Paolo Cirino Pomicino ((ma non solo lui) definisce la "peste del secolo".