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CAOS PD/ Renzi e Referendum, il No di Bersani vale la scissione

Pubblicazione:lunedì 10 ottobre 2016

Pier Luigi Bersani (LaPresse) Pier Luigi Bersani (LaPresse)

Diventa sempre più profonda la spaccatura all'interno del Partito democratico, settimana dopo settimana. Questa volta è l'ex segretario, Pier Luigi Bersani, che "rompe i giochi" e si presenta alla direzione di oggi con una scelta per il No al prossimo referendum costituzionale, l'ordalia della politica italiana fissata al 4 dicembre.

Bersani ha fatto capire da mesi la sua posizione di incertezza, meglio dire la sua profonda perplessità sulla politica di Matteo Renzi, ma oggi probabilmente romperà gli argini, dopo aver anticipato la sua scelta in una lunga intervista al Corriere della Sera: al referendum voterà No.

Se fino a qualche settimana fa, Bersani sembrava orientato verso un "Ni", insomma coltivava ancora dubbi, ora l'ex segretario sembra aver deciso e dice: "Sono stato trattato come un rottame". E ritorna, con insistenza, sul combinato tra referendum costituzionale e Italicum, la riforma elettorale che a suo parere Renzi non cambierà affatto: "Sono solo chiacchiere". Quindi, prende una posizione secca: "Non voglio un governo del capo".

Ora questa scelta di Bersani, anche se era nell'aria, segnerà una svolta sul referendum, ma soprattutto sul futuro prossimo del Pd.

Facciamo un poco di cronaca storica di questi ultimi mesi. Ha avuto un senso limitato e contenuto, a suo tempo, la rottura di Civati, D'Attorre, Fassina. Ha avuto certamente più significato e più peso la contestazione interna di Cuperlo, Speranza, Gotor. E' stato per certi aspetti traumatico vedere Massimo D'Alema, un leader storico e indiscusso del post-comunismo, prendere di mira duramente tutta la politica dell'attuale segretario del Pd e diventare addirittura il capo di un "comitato del No". E ancora la posizione nettissima a favore del No del governatore della Puglia, Emiliano. Infine, come una "ciliegina sulla torta", è arrivata anche l'assoluzione di Ignazio Marino, ex sindaco di Roma, "liquidato" con metodi notarili, che ricordano vagamente e nostalgicamente "strumenti" stalinisti e giustizialisti dall'apparato del Pd romano e nazionale, nonostante l'estemporanea personalità di Marino, che forse doveva essere valutata prima.

Insomma, oggi si presenta quindi una corsa verso il No da parte della sinistra, interna ed esterna del Pd, che ha origine da una massa intricata di problemi politici e di antichi regolamenti di conti che sembrano arrivati tutti all'appuntamento finale.

Ma il No di Bersani ha un significato più profondo, che lascia spazio a una rottura senza precedenti nel Pd (probabilmente, questa è un'ipotesi nostra) che può addirittura portare a una nuova aggregazione a sinistra, a un nuova formazione di centrosinistra, che dovrebbe indebolire soprattutto il renzismo, visto ormai, dalla parte post-comunista, come un "cambiamento di pelle" del Pd. Insomma, il "No" di Bersani potrebbe essere l'anticamera di quello che tutti volevano evitare: una scissione. 


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