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DIETRO LE QUINTE/ I piani di Renzi (e D'Alema) per il dopo referendum

Matteo Renzi ieri in tv ospite di Massimo Giletti (LaPresse) Matteo Renzi ieri in tv ospite di Massimo Giletti (LaPresse)

I tempi sarebbero assai meno veloci nel caso in cui a spuntarla il 4 dicembre fosse il fronte del No. Renzi ne uscirebbe indebolito, ma non eliminato. Non potrebbe quindi procedere di forza nei confronti degli oppositori interni, anche perché avrebbe la precedenza evitare l'ingovernabilità. E la stagione post-referendaria si trasformerebbe in un lungo braccio di ferro interno, con la conta sezione per sezione, provincia per provincia, con tanto di primarie finali, come previsto dallo statuto che ha eletto Renzi nel 2013. Uno scenario lacerante, che potrebbe costare molto caro in termini di consensi al Partito democratico.

Ma il punto debole del fronte che contesta il premier segretario è l'assenza di un coordinamento e, soprattutto, di un leader riconosciuto da opporre a Renzi. Ciascuno sinora si è mosso in proprio. D'Alema è stato il primo e il più duro nello schierarsi per il No. Bersani e Speranza hanno atteso sino all'ultimo, poi si sono pronunciati nello stesso giorno, ma senza un collegamento evidente fra di loro. E Marino si è aggiunto solo dopo l'assoluzione. Cuperlo, al contrario, ancora non ha rinunciato a sperare che Renzi prenda l'iniziativa sulla legge elettorale. E quindi non è ancora ufficialmente passato al fronte del No. E l'uomo che per i più sarebbe il perfetto anti-Renzi, cioè il suo predecessore a Palazzo Chigi, Enrico Letta, ha annunciato che voterà Sì al referendum. Poco convintamente, ma disciplinatamente Sì. E sembra difficile che uno che ha votato Sì al referendum possa guidare il fronte degli oppositori all'attuale segretario. 

Sinora l'unico che abbia annunciato di voler scendere in campo per la segreteria è il governatore toscano, Enrico Rossi. Ma si parla anche del presidente pugliese Michele Emiliano. Non sembrano per ora in grado di impensierire seriamente Renzi proprio per la difficoltà di coagulare le differenti anime del dissenso.

Bisogna poi tener presente che alla sua base il Pd è profondamente cambiato, ed è oggi molto più renziano di quando, tre anni fa, l'allora sindaco di Firenze prevalse nella corsa alla segreteria con oltre il 67 per cento su Cuperlo e Civati. Non è detto quindi che un'opposizione interna tanto divisa sia in grado di strappare a Renzi la guida del partito neppure se il 4 novembre dovessero vincere i No. Il premier segretario è davvero un osso duro.

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