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DIETRO LE QUINTE/ I piani di Renzi (e D'Alema) per il dopo referendum

Pubblicazione:lunedì 10 ottobre 2016

Matteo Renzi ieri in tv ospite di Massimo Giletti (LaPresse) Matteo Renzi ieri in tv ospite di Massimo Giletti (LaPresse)

La resa dei conti nella direzione del Pd? Solo un antipasto. Lo scontro finale è soltanto rinviato, ma è ormai certo che ci sarà. Quando? Con calma, sicuramente dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre. Che così rischia di trasformarsi in un anticipo del congresso.

Del resto, è stato lo stesso Renzi, mesi fa, a dire che la fase congressuale si sarebbe aperta "un minuto dopo il referendum". La sede era sempre la direzione democratica, il giorno il 9 maggio scorso. Solo cinque mesi, ma che sembrano un'eternità. In mezzo una débâcle alle amministrative e la spaccatura con la minoranza interna che è ormai consumata.

La lista degli esponenti di grido che hanno scelto di schierarsi sulla barricata del No si allunga ogni giorno di più. A D'Alema, il primo e più convinto oppositore, si sono aggiunti Bersani, Speranza e il redivivo Ignazio Marino, tornato in campo con il dente avvelenato dopo l'assoluzione per la vicenda scontrini. 

Ad accomunare gli oppositori è la totale assenza di fiducia in Renzi, nelle sue promesse di metter mano alla legge elettorale, un passaggio considerato essenziale per riequilibrare l'edificio istituzionale che potrebbe risultare dopo il varo della riforma costituzionale. La goccia che ha fatto traboccare il vaso la richiesta che siano le altre formazioni politiche a formulare una proposta. Persino il mite e remissivo Alfano osserva che la prima mossa dovrebbe farla il Pd, vista la sua forza parlamentare. 

In realtà, tutti sanno che sullo scacchiere della legge elettorale nulla potrà realisticamente muoversi prima del pronunciamento della Corte costituzionale, e non semplicemente prima del referendum. Spetterà alla Consulta indicare quale via percorrere nel rivedere l'Italicum.

Lo scontro è quindi tutto politico, e tutto interno al Pd. Bersani lo dimostra chiaramente quando affonda contro il "doppio incarico" di Renzi, premier e segretario. Un affondo che sa molto di prima Repubblica (ricorda le polemiche intorno a Fanfani e De Mita), ma che è un colpo al cuore del renzismo. Il leader decisionista non può essere attaccato su questo terreno senza reagire. 

Dopo il referendum sembra pure sempre più inevitabile andare allo scontro finale. E gli equilibri saranno decisi in gran parte dall'esito della consultazione popolare. Se prevarrà il Sì, Renzi secondo alcuni suoi oppositori "non farà prigionieri", e il divorzio sarebbe inevitabile. Già adesso l'aria dentro il quartier generale di Largo del Nazareno si è fatta irrespirabile. Gli oppositori sarebbero accompagnati, più meno gentilmente, all'uscita ancora prima del congresso, previsto per la fine del 2017, a un anno esatto dalla consultazione referendaria.  


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