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Politica

DIETRO LE QUINTE/ Mattarella e il "lato B" delle mancette di Renzi

Sergio Mattarella al Csm (LaPresse)Sergio Mattarella al Csm (LaPresse)

Il difficile, dunque, comincerà la marina del 5 dicembre, quando ci sarà comunque un paese da gestire e da mandare avanti. E bruciarsi troppi ponti alle spalle non è prudente, né per Renzi, né per quei suoi avversari che il giorno dopo potrebbero essere chiamati dal Quirinale a sedersi allo stesso tavolo per definire insieme un governo per riscrivere le regole elettorali di Camera e Senato.  

Renzi deve tener ben presente che, in caso di sconfitta nella consultazione referendaria, verrà sostanzialmente ad esaurirsi il patto che lo aveva legato al Capo dello Stato, da lui scelto come successore di Napolitano. In quel caso Mattarella recupererà una piena libertà di azione, la cui stella polare sarà non consegnare il paese all'ingovernabilità, precipitandolo verso le urne. Prima la legge elettorale, poi il voto, alla scadenza naturale della legislatura probabilmente. 

Ma Renzi non lascerà nulla di intentato per sovvertire tutti i pronostici. La manovra economica è soltanto una parte di una controffensiva che comprende anche la visita alla Casa Bianca, in compagnia delle eccellenze del made in Italy, da Roberto Benigni a Bebe Vio, oro paralimpico, da Fabiola Giannotti, numero uno del Cern di Ginevra, sino a Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa in prima linea nel soccorso ai migranti. Operazione acchiappa consensi, ad alto contenuto d'immagine. 

Ma la partita più scivolosa è quella sul fronte interno. Nel suo partito, anzitutto, dove il solco con la minoranza si allarga ogni giorno di più, avvicinando il momento di una inevitabile scissione. E non può che gettare sale sulle ferite l'annuncio di Denis Verdini che dopo la vittoria del Sì la sua pattuglia parlamentare entrerà organicamente nell'area di governo. C'è un largo pezzo di Pd che lo vede come fumo negli occhi.

A 50 giorni dal voto tutto può ancora accadere, ma soprattutto è chiaro che l'indomani nulla sarà più come prima. Nè per Renzi, nè per i suoi oppositori, interni ed esterni.

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