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LETTERA/ 2. Referendum, centralismo e tagli di spesa: i numeri che svelano l'inganno di Renzi

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Matteo Renzi con Piero Grasso e Paolo Grossi (LaPresse)  Matteo Renzi con Piero Grasso e Paolo Grossi (LaPresse)

Non si può certo dire la stessa cosa per Stato (29,9%) ed enti previdenziali (39%), che nello stesso periodo hanno subìto tagli per una incidenza sulla loro capacità di spesa rispettivamente del 13,4% e dello 0,6%. Anzi, per quanto riguarda il comparto che costituisce la maggior voce di spesa, Renzi annuncia addirittura l'aumento delle pensioni minime. Forse per vincere il referendum, sostengono i maligni. In ogni caso si tratta di più spesa.

Solo un'altra istituzione fino ad ora era riuscita a fare di più in materia: la Corte Costituzionale che, con la sentenza n. 70 del 2015, ha bocciato la decisione con cui nel 2011 era stata bloccata l'indicizzazione delle pensioni superiori ai 1.500 euro mensili lordi. Decisione che ha suscitato molte polemiche e dibattito. Non solo per l'esborso, con valore retroattivo, a cui viene condannato il governo in tempi di vacche magre e in una condizione demografica per cui le molte pensioni di oggi sono tutte a carico dei pochi lavoratori attuali (secondo l'esecutivo la restituzione di tutto l'importo dopo lo stop all'indicizzazione avrebbe dovuto impegnare ben 18 miliardi!). Ma anche perché è discutibile far rientrare il principio "della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico" tra quelli riconsiderati nella struttura fondamentale della Carta costituzionale e degni di tutela da parte della Corte.

Eppure la riforma Renzi-Boschi decide di aumentarne la possibilità di intervento "integrativo" rispetto al legislatore. Lo fa quando prevede un parere preventivo [sigh!] sulle proposte di modifica della legge elettorale. Lo fa quando, in assenza di una intesa tra i presidenti di Camera e Senato, la Corte potrà dirimere i conflitti di competenza creati da una eccessiva differenziazione dei procedimenti legislativi che segna il passaggio dalle leggi bicamerali a 7 o 8 percorsi diversi tra i due rami del Parlamento. Taluni intravedono in questo aumento di potere una accelerata a quel processo di "giudiziarizzazione" della vita democratica che caratterizza il mondo occidentale contemporaneo, ma soprattutto l'Italia della Seconda Repubblica e nata sulle ceneri di Tangentopoli. E così, ciò che dovrebbe essere sanato da una riforma costituzionale, in realtà, appare essere aggravato. Sia che si tratti di equilibrio tra poteri dello Stato. Sia che si tratti di spesa pubblica.

Per questo non basta accostarsi al voto di domenica 4 dicembre rispondendo alle domande capziose che campeggiano sui manifesti delle nostre città. Occorre davvero guardare alla totalità dei fattori in gioco. E rischiare un giudizio. 

Personalmente provo a rischiarlo in forza dell'esperienza di un amministratore locale che guarda ad una piattaforma politica liberalpopolare, che vuol dire: meno Stato, meno spesa pubblica, meno oppressione fiscale, più libertà d'impresa, più autonomia delle comunità locali, più sussidiarietà. E dico no a questa riforma. Sì invece ad un'Assemblea costituente, che separi la necessaria riforma delle istituzioni dall'attività di governo. Qualunque governo di qualsivoglia colore.



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COMMENTI
16/10/2016 - Un Matteo diverso dagli altri...! (ALBERTO DELLISANTI)

Apprezzo moltissimo, riga per riga, quanto ci comunica Matteo Forte. Ho letto, riletto, e consiglio altrettanto agli un poco "lenti" come me. Va bè, è un po' iperbolico, ma mi vien da scomodare l'aggettivo magistrale per definire la sua bella, succosa, lettera. Finalmente un Matteo diverso dai due che "inflazionano" la scena politica italiana. Un politico nuovo pure, non di lungo corso. (Sia chiaro, non ho giudizio negativo alcuno su i "di lungo corso", niente a che fare con il genio rottamatori). Un Matteo proprio all'altezza del suo bel nome. E con un cognome che è di grande auspicio...